Lu & Lo in Iceland

Islanda, Westfjords, 8-28 giugno 2014:
1305 km di pedalata nei fiordi.


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Diario di viaggio

"Lo, perche' quest'anno non andiamo in Islanda?" "Ma Lu, piove sempre!" "Ma va, ti prometto solennemente che se andiamo a giugno piove solo un giorno su tre!!!!". Lo si fa convincere facilmente, ma le promesse di Lu... Si parte con procedura ormai collaudata: macchina piena di bici con scatoloni fino alla stazione, Lu rimane di guardia, Lo torna a casa a posare la macchina. Ora abbiamo imparato la lezione e quest'anno partiamo con largo anticipo. Riusciamo addirittura a prendere il treno prima e presto siamo a Malpensa, fossero tutte cosi' facili le nostre partenze! Riusciamo pure a fare un paio di telefonate a qualche amico invidioso. A Malpensa sembra sia esplosa una bomba di neutroni, ed e' completamente deserta perche' il nostro e' probabilmente l'ultimo volo della giornata. Lu, che voleva prendere un panino si deve accontentare di un pacchetto di patatine muffite da un distributore e promette incandescenti lettere di protesta al presidente del mondo per lamentarsi di tale scandalo! Il contrasto con l'aereoporto di Reykjavik, dove riuscira' a fare colazione alle 3 di notte e' piuttosto stridente in effetti. Devastati dalla settimana, riusciamo a guadagnare preziose ore di sonno in aereo, ma osserviamo incuriositi dal finestrino le prime scogliere islandesi alla splendida luce soffusa della "notte" artica all'atterraggio. Il panorama della tundra e' interrotto solo da conici vulcani e da immensi campi di lava coperti di muschio. Neanche un albero degno di tal nome in tutta l'isola! Abbiamo guadagnato due ore di fuso orario e qui sono solo le due di notte. Ci azzeriamo su una scomodissima panchina dell'aereoporto per sonnecchiare ancora un po', ma ben presto il richiamo della strada si fa sentire. Ci mettiamo a spacchettare le bici davanti al terminal (un minaccioso cartello vieta di farlo dentro, evidentemente ne hanno abbastanza di peones come noi). Lu immediatamente fa conoscenza con un gruppo di tre barcellonesi che stanno montando anche loro le bici e sfoggia il suo impeccabile spagnolo, mentre un basitissimo Lo cerca assonnatamente di avvitare tutti i portapacchi correttamente. Lu guadagna un'informazione preziosissima: a 5 km dall'aereoporto c'e' una guesthouse ("Alex") che per un prezzo nominale conserva gli scatoloni delle bici! Questo ci risparmiera' non pochi grattacapi. Purtroppo, nonostante sia il primo edificio che si incontra dall'aereoporto, 5km con due scatoloni sottobraccio non sono pochi, ma Lo (che a Santiago ne aveva fatti circa 25 attraversando favelas e autostrada) non si fa certo spaventare! Finalmente le bici sono montate e i bagagli sistemati: tutto pronto? Partenza!!! NO! Lu ha forato, non e' possibile, non abbiamo neanche fatto un nanometro di strada! Eppure e' cosi': camera d'aria demolita, da sostituire prima ancora della partenza. Mollati gli scatoloni dalla locanda Alex ci avviamo lungo la strada costiera (evitando accuratamente l'"autostrada" per Reykjavik). E' ancora prestissimo e la giornata e' spettacolare e immediatamente stiamo pedalando in mezzo al nulla su una stretta stradina che si snoda in mezzo ad un campo di lava. Lu e' in pieno entusiasmo da viaggio e vorrebbe fermarsi a fotografare ogni uccello nuovo, piantina e stelo di muschio, nonche' tutti i sassi del campo di lava uno per uno. Ci fermiamo a fare colazione: biscotti grancerealefavedicacao illegalmente importati, naturalmente (dovremmo centellinare questa preziosa risorsa, ma vengono aspirati alla frequenza del gigahertz). Vediamo una stranissima bestia che attraversa la strada: un incrocio tra una volpe, una puzzola e un gatto. Cosa sara' mai? In breve arriviamo a Reykjavik dove ci immettiamo nella spettacolare rete di piste ciclabili. Lu fa amicizia con una coppia di islandesi tatticissimi sulle loro bici. E' in totale paranoia per aver gia' perso una camera d'aria e chiede disperata aiuto per trovare un negozio per rimpiazzarla, ma oggi e' il weekend di pentecoste ed e' tutto assolutamente chiuso, forse anche le chiese! Sono veramente gentili e ci lasciano il loro indirizzo di casa se vogliamo passare a prendere una camera d'aria da loro. Soprassediamo, ma Lu rimane in PTSD (post-traumatic stress disorder) e comprera' una camera d'aria ad ogni posto dove ne troveremo: Lo finira' il giro con una delle borse piena a meta' di camere d'aria di ogni marca e misura. Ci fermiamo a fare pranzo (acquistato in un marcissimo supermarket aperto nonostante la festivita') su una scogliera del parco di Reykjavik: si sta proprio bene oggi. Lo vorrebbe un po' di svacco, ma Lu sente la strada chiamarci e presto lo pungola all'azione. Dopo una breve sosta al centro di Reykjavik (no, non ci sono negozi di camere d'aria qui), ci dirigiamo verso la parte opposta della citta', sempre seguendo l'ottima rete di piste ciclabili. Intravediamo la citta' che e' molto carina: ci vivono ben 2/3 dei 350 mila islandesi. In tutta l'Islanda c'e' la stessa popolazione di Bari! Attraversato un ponte solo per le bici, ci troviamo di nuovo in mezzo alla campagna. Inizia a diventare difficile seguire le piste ciclabili (le indicazioni stradali sono solo sulle strade carrozzabili), ma l'abilissima Lu riesce a circuire un pancione che sta pedalando assieme alla moglie: non solo ci da' dettagliatissime istruzioni, ma si incarica di mostrarci la strada e si lancia con inaspettata agilita' sulla sua elegante bici imboccando a tutta birra stradine microscopiche e noi dietro sovraccarichi. Che insolita carovana: sembriamo dei panzer che tentano di inseguire una Ferrari. Stiamo pedalando da tutta la giornata (siamo partiti prestissimo!) e 85 km carichi e senza nessun allenamento si sentono! "Lu, tutto bene?", "Si' certo continuiamo per altri 30 km!", ma dopo 5 minuti Lu esplode: "Fermiamoci qui!" Tipico!! Per fortuna si materializza dal nulla il camping comunale di Mosfelbaer e ci fermiamo grati. Come da tradizione, invece di montare la tenda, stendiamo un telo e ci svacchiamo all'addiaccio. Poveri illusi: impareremo presto il rischio che abbiamo corso, ma per stanotte ci va bene per fortuna! Si sta proprio bene e usiamo il binocolo Swaroski di Lu (costato un intero suo stipendio e occupante ben meta' di una sua borsa Ortlieb) per guardare il fiordo sotto. Ben presto collassiamo nei sacchi a pelo. Il giorno dopo partenza di buon'ora (stiamo ancora adattandoci al fuso). In mezzo al nulla troviamo una pesa per i camion e proviamo incuriositi. Lo perde tutti i suoi (pochi) rimanenti capelli quando il display si ferma su 120 kg! E' vero che oggi e' ben carico e ha anche un bel po' d'acqua, pero' 50 kg tra bici e bagagli non e' uno scherzo... Speriamo che ci sia un errore di arrotondamento verso l'alto e non verso il basso. Lu si ferma ad un piu' ragionevole 100 kg, ma considerato che sia lei che la sua bici sono piu' leggere di Lo e la sua bici, anche il suo bagaglio e' ragguardevole! La giornata e' gia' meno spettacolare e iniziamo a vedere le macchine che vengono in senso opposto tutte bagnate. Lo, preoccupato, chiede a un tizio che scende da un SUV ad una stazione di servizio (pausa caffe' per Lu e acquisto prima camera d'aria) se piu' avanti piove. Lui se la ride di gusto e dice di non preoccuparsi: effettivamente la pioggia e' leggerissima, e chiedere a uno se piove in Islanda e' equivalente a chiedere ad un italiano se c'e' aria da respirare a Roma. La strada principale passa da una galleria vietata alle bici che taglia un fiordo e ne approfittiamo per seguire tutto il fiordo: il traffico scende praticamente a zero. Inizia la natura per cui siamo venuti fino a qui. I fiordi sono spettacolari con le loro nere scogliere e verdi prati. Le "montagne" sono ripidi pendii che portano a piatti altipiani verdi di prati oppure rocciosi. La strada e' un nastro grigio che cerca di passare tra il mare e i pendii. Vediamo la prima cascata vicino a dei ruderi di un antico villaggio vichingo. Certo che avevano buon gusto questi vichinghi, ma scopriremo che questa cascata e' patetica per gli standard islandesi. Procediamo fino ad Hvalfjordur, dove una stazione di servizio fa anche da microscopico museo delle balene. Scopriamo con sgomento che qui c'era una fiorente industria baleniera e ancora oggi uccidono una balena ogni tanto, anche se praticamente gli unici che le mangiano sono i turisti! (Troveremo una pubblicita' di un ristorante di carne di balena sulla cartina di Reykjavik!) Nella stazione ci sono pezzi di balena e alcuni filmati d'epoca in cui si vedono microscopici omini che sbuzzano e affettano enormi balene. Lu non riesce a guardare e Lo rimane piuttosto stomacato. Il campeggio e' chiuso (per fortuna perche' in un paese di tre case, tre, il campeggio e' stato costruito esattamente sulla strada principale!), ma vediamo una deviazione verso una chiesetta in mezzo al nulla e decidiamo che il parroco non obiettera' se noi piantiamo la tenda li' vicino, anche perche' non c'e' nessun parroco visto che ci saranno 10 abitanti in tutto il paese. Lu mette a frutto la sua specializzazione, studiando tutta la vegetazione e scegliendo il posto con quella piu' arida, ed effettivamente dormiremo all'asciutto anche se inizia a piovere: il terreno in quel punto drena perfettamente. Oggi e' il caso di montare la tenda, ma il panorama sul fiordo e' comunque spettacolare se si dorme con la tenda aperta. Tanto qui c'e' luce 24 ore al giorno! Il giorno dopo colazione alla stazione di servizio/museo e poi salita verticale su strada sterrata circondata da profumatissimi fiori viola che sembrano la pianta principale islandese. Lu ha visto una deviazione all'interno che ci evita un po' di strada, ed e' un'ottima idea: vediamo un assaggio dell'interno dell'Islanda. Costeggiamo un lago e arriviamo ad un passo piuttosto alto, circondato da vette basse ma comunque maestose e ancora piene di neve e cascate: passiamo anche accanto ad una puntuta montagna che sembra una presa in giro del Cervino. Una ripida discesa su sterrato (dove Lo sovraccarico brucia il suo record di velocita' in fuoristrada al costo di rischiare 18 vertebre cervicali) ci riporta al livello del mare lungo il successivo fiordo. Procediamo fino a Borgarnes dove Lu si vuole fermare al posto turistico e facciamo un ottimo pranzo in un ristorante dove, poveri ignari, ci offrono il buffet nonostante sia chiaro che siamo affamati ciclisti. Il buffet si trasforma immediatamente in abbuffet e gli spazziamo via tutto con gusto. C'e' perfino il wireless e Lo deve rispondere a dei mail urgenti mentre Lu si fa un giro al (noiosissimo) museo. Se e' noioso per Lu, probabilmente Lo sarebbe mummificato a impedenza infinita, che rischio che ha corso ma le mail lo salvano. Rapida spesa al supermercato (seconda camera d'aria) e via di nuovo: la strada ci chiama. Oggi c'e' di nuovo il sole e la pedalata e' gradevole, ma d'improvviso inizia qualche goccia di pioggia. Proseguiamo ignorandole, cosa sara' mai qualche pioggia con il sole, ma nel giro di tre minuti, tre, inizia uno scroscio in cui l'acqua scende a secchiate. Non c'e' neanche il tempo di recuperare le giacche a vento o di mettere via la macchina foto che siamo in pieno diluvio universale ed e' a tal punto impossibile aprire le borse senza che si riempiano immediatamente. La macchina foto viene salvata da un provvidenziale sacchetto di plastica e noi pellegrini ci facciamo una (effettivamente necessaria) doccia totale. Ci laviamo a tal punto che pure i pantaloncini da bici di Lo (che gia' necessitavano di una lavata) sono come nuovi. Lo non tanto, e si congela delicatamente. Pedaliamo vigorosamente per asciugarci ed effettivamente il sottotuta di lana merinos di Lo e' all'altezza del suo potenziale: si asciuga rapidamente e mantiene Lo caldo anche da fracico. Anche gli ottimi pantaloncini da bici di Lu della Gore sono all'altezza della situazione, mentre i pessimi pantaloni sottomarca di Lo fanno schifo, ma almeno ora sono puliti. Siamo in una zona di fattorie lungo il mare e chiediamo ad una fattoria persa in fondo alla strada se possiamo accamparci sulla loro spiaggetta. Un bimbo biondo chiama la sorella bionda che chiama la madre bionda che sorridendo acconsente senz'altro. Una serata spettacolare con "tramonto" su un arcipelago di isolette rocciose davanti ad una campagna pratosa suggella la giornata, mentre ci rifocilliamo con la pasta al sugo portata dall'Italia. Il giorno dopo proseguiamo verso nord e iniziamo a vedere in lontananza le prime montagne innevate e il ghiacciaio dove siamo diretti. Attraversiamo un campo di lava piu' recente di quello di Reykjavik e c'e' anche un piccolo cratere da cui e' uscito: sembra una pustola nella piatta pianura. Ci fermiamo in un inquietantissimo albergo in mezzo al nulla piu' assoluto. Sembra un incrocio tra un collegio di suore ed un caseggiato sovietico. Siamo gli unici clienti. Lu decide di dormire in tenda nel prato che funge da campeggio, ma l'albergo ha un'amenita' da non sottovalutare: le docce calde della piscina termale (purtroppo la piscina e' in riparazione), superfantastico! Lu nella doccia delle donne (costellata di lozioni di bellezza e shampi), Lo nella doccia degli uomini (costellata di lattine di birra vuote di ogni tipo e denominazione): siamo persone nuove! Il giorno dopo una strada desolatissima ci porta ancora piu' a nord. All'unico incrocio per 120 km c'e' un improbabile "autogrill" dove ci sbafiamo un ottimo hamburger. Fuori, degli operai stanno installando dei tubi per convogliare acqua bollente (termale) che esce da un buco nel terreno creando delle enormi nuvole di vapore. Seconda foratura di Lu (ma la camera d'aria e' riparabile stavolta). La bici e' come nuova in dieci minuti, ormai siamo esperti in questo genere di cose. Proseguiamo in una piccola pianura stretta tra il mare da una parte e l'altipiano da cui scendono delle meravigliose cascate dall'altra. Vediamo un'altro campo di lava e si puo' vedere tutto il percorso fatto dalla lava che e' partita da un'apertura nell'altipiano e sembra che la montagna abbia rigurgitato la cena di sassi. Vediamo una cascata spettacolare: avra' un salto unico di 100 metri. Poi arriviamo in una spaccatura nella montagna: c'e' una leggenda di un qualche troll che abita qui e uno strettissimo torrente ci passa attraverso. Lu ha la claustrofobia, ma viene lo stesso ad esplorare incuriosita. Lo si intrufola mentre un fotografo russo cerca di fare una foto e viene mandato a quel paese dal poveretto. Altro campo di lava da attraversare: guardando l'altimetro del GPS scopriamo che e' spesso oltre 30 metri! Arriviamo al paese di Arnastapi e decidiamo di fermarci al campeggio, ma sulla scogliera c'e' un'enorme statua di un troll e ci dirigiamo incuriositi con le bici ancora cariche. Dietro alla statua c'e' una spettacolarissima scogliera nerissima, con tubi esagonali di lava solidificatasi in improbabili fasci contorti su cui gli uccelli hanno fatto il loro nido. Ci godiamo lo spettaccolo, e il binocolo viene ripescato per l'occasione. Il giorno dopo, anche se piove, non possiamo esimerci dalla famosa camminata lungo la scogliera e ci avviamo avvolti nei nostri goretex guardando con sdegno i patetici ombrellini (completamente inutili nel vento) degli anziani turisti francesi. Lo ha poco da fare lo sdegnoso perche' ha dovuto cedere i suoi pantaloni Marmot a Lu (stendiamo un pietoso velo) ed e' dovuto venire in Islanda con i suoi vetusti pantaloni viola-anni 80 che sono stati in Sarek, avranno venticinque anni buoni e hanno perso la loro impermeabilita' da almeno un decennio. La passeggiata merita veramente e la pioggia aggiunge atmosfera alla scogliera lavica e al campo di lava sovrastante. Si vedono i blocchi pietrificati nell'atto di rotolare in mare e i pinnacoli e le guglie piu' improbabili si ergono laddove si sono solidificati centinaia di migliaia di anni prima. Recuperiamo la tenda (un po' umida per la verita', ma ringraziamo di aver investito su un'ottima tenda anni addietro) e proseguiamo lungo il promontorio. E' inutile anche pensare di visitare il ghiacciaio: le nuvole basse ridurranno la visibilita' a zero sicuramente, e non siamo entusiasti di farci 1400 metri di dislivello con le bici cariche per vedere un whiteout totale. Invece il promontorio e' molto bello. Prima deviazione suggerita dalla guida per andare alla spiaggia nera: arriviamo con una tempesta oceanica in corso, ma siamo talmente affamati che non apprezziamo lo spettacolo finche' non aspiriamo e vaporizziamo un intero sacco di pane a testa. La spiaggia e' bellissima con i ciottoli nerissimi levigati, e l'oceano in tempesta e' spettacolare e intimorisce quando si frange con violenza sugli aguzzi scogli di basalto lavico con il rombo tipico dell'oceano Atlantico (che noi conosciamo bene, ma dall'altra sponda). Facciamo una seconda deviazione incuriositi verso quella che la guida promette essere una spiaggia caraibica. Effettivamente, girato un promontorio, ci troviamo davanti un'improbabile spiaggia di sabbia bianchissima arrivata chissa' da dove, visto che tutte le verticali scogliere che la circondano sono di lava nerissima. La guida prometteva un mare azzurro cristallino, e si intuisce che effettivamente sara' proprio azzurro con il cielo adeguato, cioe' non oggi! Proseguiamo ancora per lo sterrato fino alla fine della strada dove un faro arancione fa da contrasto visuale al nerissimo campo di lava e al verdissimo prato pingue che lo circonda. Siamo ormai piuttosto stanchi, ma purtroppo questo e' un parco naturale e non si puo' fare campeggio libero. Siccome e' uno dei pochi posti in Islanda dove e' vietato, decidiamo di rispettare il divieto (anche se nessuno ci vedrebbe mai!). Lo propone di dormire in un tubo di lava, ma Lu decide che sicuramente ci crollerebbe addosso con una logica inarrivabile: a rigore, se ha veramente paura che ci crolli proprio stanotte un tubo di lava che ha resistito probabilmente per 700mila anni, lei non dovrebbe piu' mettere piede in casa sua che sicuramente crollera' molto prima di 700mila anni. Quindi ci dirigiamo faticosamente verso il bordo del parco, che e' evidenziato da un'altissima antenna per trasmissioni transatlantiche ad onde lunghe con tanto di cartello che orgogliosamente presenta l'altezza (400 metri) e la frequenza: Lo rapidamente calcola che e' un dipolo a quarto d'onda. Il giorno dopo arriviamo immediatamente ad un paesino (forse addirittura 200 persone) e ci fermiamo alla stazione di benzina a comprare la cioccolata e un cappuccino per Lu. Chiediamo informazioni sugli autobus ad un viaggiatore in attesa, ma Lo nota che ha lo zaino Ferrino: e' un italiano! Questi strabuzza gli occhi quando sente altra gente che parla il suo idioma, probabilmente gli unici italiani che ha visto per tre settimane. E' di Ravenna, dove dice ci sono 40 gradi in quei giorni (noi siamo completamente avvolti di gore-tex e sottotuta di lana merinos). Usciti dal paese subiamo il primo di tanti attacchi delle sterne reali. Vedono gli innocui ciclisti come dei temibilissimi pericoli per i loro nidi e attaccano con tecnica infida degna di cacciabombardieri Stuka: ti arrivano in picchiata alle spalle silenziosamente e poi fanno un urlo fortissimo che ti fa venire un infarto e una puntutissima beccata sulla zucca. Lu utilizza il suo caschetto da ciclismo per la prima volta, mentre Lo subisce le dolorosissime beccate. Passa un'improbabile gara ciclistica, e i ciclisti se la ridono a vederci sotto attacco e ci gridano di pedalare piu' forte: facile per loro con le loro bici in carbonio da 6 kg, noi abbiamo dei simil-trattori in ghisa carichi da 50 kg! Ci fermiamo ad Andenes dove facciamo di corsa la spesa per cercare (invano) di salire sulla barca per il whale-watching. Oggi e' tutto prenotato e non c'e' piu' posto neanche per uno spillo: oltre a noi anche una simpatica famigliola viene rimbalzata. E' buffo che quando chiediamo dove avremmo potuto lasciare le bici (cariche) durante il whale-watching, la ragazza della barca ci dice di lasciarle abbandonate al porto, come se fosse la cosa piu' ovvia del mondo. In effetti in Islanda pare non ci sia criminalita' e abbiamo sempre lasciato senza nessun problema le nostre bici in giro (magari anche con il gps e la macchina foto sul manubrio). Assieme agli occhiali da sole (ahime'!), il lucchetto e' stata la cosa piu' inutile che ci siamo portati. Dopo un passo collinare con poco dislivello ci fermiamo a dormire a fianco di un enorme e spettacolare lava field che arriva fino al mare. Bisogna spingere le bici un po' nel fango ma ne vale la pena: il posto e' molto bello, piantiamo la tenda tra un gorgogliante ruscello a pochi metri dalla riva del mare e il bordo del campo di lava che incombe su di noi. Usiamo gli enormi blocchi di lava coperti da morbidissimo muschio come comode poltrone per la cena. Il campo di lava e' spettacolare ma troppo accidentato per avere due metri quadrati per piantare la tenda. La mattina pedaliamo fino a Stykkisholmur, dove vogliamo prendere il traghetto per saltare i prossimi 10 alla 32 fiordi per arrivare piu' rapidamente nella zona piu' bella. C'e' tempo fino al traghetto e decidiamo di pranzare ad un ristorante. Spettacolare pesce fritto fresco per Lu, mentre Lo vaporizza un altro clamoroso hamburger. Finito il pranzo vorremmo riiniziare da capo, certo che la bicicletta fa venire una fame mostruosa! Il viaggio in traghetto e' molto carino e guardiamo incuriositi l'arcipelago di isole che attraversiamo. Un urlo da un turista ci avvisa di un avvistamento naturalistico! Un delfino, anzi, puntualizza Lu, un tursiope attraversa la scia della nave balzellon-balzelloni. Ci fermiamo all'isola piu' grande dell'arcipelago dove c'e' un paese dove abitano ben due famiglie, ma e' una rinomata meta turistica e molte persone scendono. Noi proseguiamo pensando di arrivare ad un altro paese, ma il traghetto ci scarica nel nulla piu' assoluto. C'e' solo una casetta dove comprare i biglietti e nient'altro nel raggio di decine di km. Siamo arrivati nei Westfjords, un posto ancora piu' desolato dei fiordi che abbiamo lasciato. Vediamo una ragazza sola con la bici quasi piu' carica delle nostre che prende il traghetto in direzione opposta, salutandoci calorosamente. La pedalata e' molto gradevole, anche se ormai e' molto tardi, ma qui c'e' luce sempre (secondo i nostri gps, la notte dura ben 31 minuti, probabilmente il sole non riesce neanche a scendere completamente sotto l'orizzonte). Si ferma un signore gentilissimo con il fuoristrada che ci offre un passaggio a noi e alle bici, ma gli spieghiamo che non dobbiamo arrivare da nessuna parte e che pedaliamo solo finche' ne abbiamo voglia e poi ci fermeremo a montare la tenda. Infatti, poco piu' avanti c'e' un microscopico paesino e proviamo a chiedere alla signora che gestisce la piscina termale se possiamo mettere la tenda li' (gia' ci pregustiamo il bagno bollente dopo aver montato la tenda), ma per la prima e unica volta non riusciamo a comunicare: la signora non parla una parola di inglese e noi parliamo un'unica parola di islandese (tak, che vuole dire grazie). Lo le fa vedere una foto della tenda dallo schermo della macchina foto sperando che capisca quello che vogliamo, ma non c'e' verso. Forse ci sta dicendo che non possiamo mettere la tenda perche' c'e' troppa acqua? Boh, alla fine rinunciamo e piantiamo la tenda poco lontano vicino al mare. Una famiglia sguazza nel mare con bimbi che urlano e starnazzano, che coraggio!! Oltretutto sono ormai le nove di sera e qui al nord fa decisamente piu' freddo. Il giorno dopo proseguiamo verso nord e troviamo il primo passo impegnativo (almeno, impegnativo con le bici cosi' cariche, in realta' sono poche centinaia di metri di dislivello). A Lo inizia a bollire l'acqua del radiatore e presto si trova a pedalare a torso nudo nonostante il freddo e i nuvoloni. I (pochi) automobilisti lo guardano a occhi sgranati. Certo che in discesa bisogna coprirsi bene e arriviamo in fondo battendo i denti per il freddo. Scopriamo subito che l'interno dell'Islanda qui al nord e' abbastanza monotono: sono gli stessi prati alpini che da noi si trovano tra 2000 e 2500 metri di quota (qui a una quota dieci volte inferiore) e vanno avanti identici all'infinito, punteggiati da stagni. In fondo alla discesa ci troviamo all'estremita' di un fiordo molto molto selvaggio e, ovviamente, "decidiamo" per una deviazione non asfaltata che ci avrebbe portato al paradiso del bird watching. Meglio, decide Lu e se Lo non avesse acconsentito, lei gli avrebbe infilato la bici in bocca, per traverso. Come vedremo, Lo si divertira' ancora di piu' di Lu, ma per tutt'altri motivi. Prima (ma non ultima!) sorpresa: girato il primo promontorio ci troviamo una nave enorme adagiata sulla spiaggia. C'e' tanto di cartello turistico e notiamo che la nave e' anche stata riverniciata di fresco. E' un incidente (come e' possibile in fondo ad un fiordo? Non ci sono tempeste qui) oppure e' stata arenata di proposito? Non riusciamo a capirlo, ma Lo scala e visita tutta la nave (c'e' anche la sala da pranzo e il bagno con ancora la tazza del cesso), nonostante il cartello preghi "per favore" di non farlo perche' e' pericoloso e Lu passi tutto il tempo a starnazzare di tornare giu' per l'amor del cielo. La nave e' un ottimo riparo dal vento lo sfruttiamo volentieri per il nostro picnic a base di "Caviar", una specie di dentifricio di pesce da spalmare sul pane che viene dalla Norvegia (e' difficilissimo trovare prodotti locali: non si riesce neanche a comprare pesce in scatola islandese!). Continuiamo lungo il fiordo e ci troviamo davanti una spettacolare spiaggia di sabbia gialla bordata da alte dune che sembra uscita da una cartolina delle Maldive. Poi la strada prosegue bordeggiando un mare blu profondo che sembra di essere tornati in Corsica! Ormai siamo molto stanchi e il campeggio che Lu vuole raggiungere e' ancora lontano, ma quando arriviamo alla prima fattoria dobbiamo necessariamente fermarci. Lo (pur pedalando senza occhiali per la pioggia) intravede qualcosa di veramente strano, cosa puo' essere? "Secondo me e' un DC3" dice dubbioso. Lu, che in teoria non avrebbe bisogno di occhiali, afferma sicura che si tratta di un autobus vecchio. Invece ha ragione Lo! Si tratta di un DC3 completamente smontato, con fusoliera da una parte, ali accuratamente accatastate da un altro e gruppo motori con carrello principale poggiati su un prato. Che ci fa qui!? Il DC3 e' un bimotore a elica degli anni 40 con enormi motori a pistoni, uno degli aerei che hanno fatto la storia dell'aviazione grazie alla sua straordinaria robustezza, tanto che ancora oggi viene usato spesso per i voli verso le zone piu' impervie, come l'Antartide. Per Lo e' famoso per la esilarante scena di apertura del film "piu' forte ragazzi" di Bud Spencer e Terence Hill, i suoi miti, che e' girata su un'improbabile DC3 rosa! Ovviamente ci fermiamo ad esplorare e ci intrufoliamo nella fusoliera. Purtroppo tutti gli strumenti e le cloche sono stati cannibalizzati dalla cabina di pilotaggio, ma ci sono ancora i pedali e le manette dei motori e dei flaps, e Lo si siede sulla sedia del copilota e si immagina di atterrare su un ghiacciaio artico, mentre Lu starnazza che e' sicuramentevietatovieniviadili'. Dietro l'aereo c'e' un hangar chiuso, ma dalle finestre intravediamo un altro antico aereo, con "Aereoflot" scritto in cirillico lungo la fusoliera. Cosa ci fara' qui? Ora si e' fatto veramente tardi, siamo stanchi e si vede chiaramente che c'e' una salita sterrata da fare. Decidiamo di fermarci qui ad una guesthouse molto carina che avevamo passato poco prima: ottima scelta. Il proprietario e' gentilissimo e ci offre un ottimo prato per la tenda (scopriremo che la guesthouse e' gettonatissima ed e' praticamente sempre piena per tutta l'estate), ma soprattutto la doccia calda e perfino la cucina. Ovviamente ci prenotiamo per la colazione della guesthouse. Lui ci racconta che e' stato a Roma a visitare il vaticano e francamente non possiamo pensare ad un posto che sia piu' complementare a qui. Roma: al centro del mondo, solare, calda, caotica; qui: in mezzo al nulla, freddo, cupo, totalmente selvaggio. Lo chiede la storia del DC3 e il tipo si lancia in un'appassionatissima descrizione della storia di quell'aereo che ha fatto il giro del mondo ed e' stato decommissionato qui dalla marina militare USA negli anni 70 (c'e' un piccolo aereoporto poco lontano). Ora e' una specie di monumento. Ci chiede se vogliamo avere le chiavi dell'hangar per visitare l'aereo dell'Aereoflot. E' come chiedere ad un bimbo se vuole le chiavi di una fabbrica di caramelle: c'e' da chiedere? Ovviamente ci avviamo immediatamente (giusto il tempo di tuffarsi in tenda a recuperare la torcia). E' un antico Antonov degli anni 40 che era in volo verso il sudamerica per essere venduto li', ma fu danneggiato durante lo scalo in Islanda e rimase qui, impossibilitato a volare ancora. Al contrario del DC3 che e' stato cannibalizzato, questo e' perfettamente integro, con tutti gli strumenti antichi (rigorosamente etichettati in cirillico) ancora al loro posto. Perfino la batteria e' ancora al suo posto. A Lo non sembra vero potersi sedere al posto del comandante e illustra divertito a Lu tutti i vari strumenti. Lu ha un collasso cardiocircolatorio da noia (che Lo scontera' il giorno successivo quando i ruoli si invertono durante il birdwatching) e si dirige verso la tenda, mentre Lo non riesce a staccarsi e decide che questo e' l'albergo migliore della sua vita: poco importa se c'e' la doccia in comune e se si dorme in tenda, quale altro albergo possiede un DC3 e un Antonov su cui si puo' salire e sedersi nella cabina?! Il giorno dopo piove a dirotto, per fortuna abbiamo la colazione al caldo e non dobbiamo smontare la tenda! Facciamo una colazione infinita nell'attesa che smetta, ma alla fine decidiamo di partire lo stesso e ci tocca la salita nella pioggia. Lo ha un vistoso calo di motivazione, ma Lu ha un fuoco sacro dentro e non vede l'ora di essere alle famosissime scogliere del birdwatching, una specie di metropoli di uccelli marini. Ovviamente Lu buca, e ovviamente Lo ha dimenticato il kit di riparazione in tenda. Per fortuna mancano pochi km alle scogliere che Lu si fa a piedi. Smette di piovere e riusciamo a fare il picnic riparati dal vento, la giornata riprende quota. Lu e' nel suo paradiso, peccato che ha il terrore che Lo cada dalla scogliera e ha attacchi di vertigine ripetuti: le scogliere piu' alte sono 400 metri di salto verticale a picco sul mare, ma qui dove siamo noi arrivano "solo" a 170 metri! Alcuni intrepidi fotografi naturalisti si sporgono fino al ciglio e oltre, ma basta che Lo si avvicini a 5 metri che a Lu cessi ogni funzione vitale per lo spavento. Lo, perfido, si diverte a fare finta di inciamparsi e alla fine si inciampa davvero e batte uno stinco contro una roccia puntuta e si fa malissimo, ben gli sta. Lu finalmente riesce a dimenticarsi del coniuge beota ed entra nel Nirvana del birdwatching. Colonie fittissime di Urie (delle specie di pinguini, che pero' sanno volare), di gabbiani e di buffissimi puffins, con la faccia da pagliacci con occhi tristi e becco sorridente. Sono molto buffi mentre volano: chiaramente le loro ali sono adatte piu' al nuoto che al volo. Le scogliere sono spettacolari e c'e' uno svolazzio continuo: come faranno ad evitare le collisioni senza un controllo del traffico aereo?! C'e' anche un discreto numero di appassionati, alcuni con dei teleobbiettivi che sembrano dei bazooka, anzi dei veri e propri obici. Dopo un paio di decenni di osservazione naturalistica, finalmente Lo riesce a scollare Lu a fatica e si decide di rientrare. Per fortuna si e' ricordato che in fondo alla borsa che ci eravamo portati per il picnic c'e' una delle duecento camere d'aria di ricambio che ormai abbiamo accumulato, e possiamo riparare al volo la bici di Lu (non banale senza attrezzi!) La pedalata al ritorno senza pioggia e' piu' gradevole e ci godiamo le spettacolari spiagge gialle enormi e vuote, in mezzo al nulla. Stasera abbiamo la tenda gia' pronta e non ci rimane che imbustarci nei sacchi a pelo e dormire come sassi! Naturalmente anche il giorno successivo facciamo la colazione alla guesthouse e ripartiamo. Potremmo fare un'altra deviazione per andare a vedere una spiaggia dove vivono le foche, ma inizia nuovamente a piovere forte e la motivazione non e' sufficiente a fare un altro passo su sterrato con pioggia battente e bici carica: decidiamo di soprassedere con la speranza che vedremo le foche piu' avanti. Raggiungiamo l'incrocio con il passo da cui eravamo scesi due giorni prima e vediamo arrivare un cicloturista, anzi una cicloturista belga, Jean, che si sta girando l'Islanda da sola. E' chiaro dall'attrezzatura che non e' una sprovveduta: giacca Arcteryx (le migliori giacche da alpinismo), borse Ortlieb e portapacchi tubus, nonche' bici perfetta per il cicloturismo: super-tatticissima. Ci chiede aiuto per un problema che aveva avuto al manubrio. Lo non ha le chiavi adatte, ma la tranquillizza: basta stringere la flangia con la mano ogni volta che si allenta. Jean non pare molto convinta, ma quando Lo le fa notare che sulla sua bici la flangia si e' rotta circa 3000 km prima, lei si rasserena. Le consigliamo senz'altro di prendere la deviazione fino alla scogliera degli uccelli, ma un'ora dopo, mentre pranziamo su una spiaggetta, la vediamo arrivare: ha deciso che non ha voglia di fare una deviazione che la obblighera' a ritornare sui suoi passi. Pessima scelta (ma non glielo diciamo) perche' quel tratto era veramente bellissimo. Pranziamo assieme, e Lu, ospitalissima come sempre, le offre il suo preziosissimo parmigiano (tesaurizzato per i momenti di crisi) e i suoi gianduiotti. Offrire cioccolato ad una belga forse non e' una buona idea, ma Jean apprezza tantissimo il parmigiano che ama come tutti. Noi ripartiamo verso il passo successivo e lei si ferma perche' vuole salutare un suo amico spagnolo che lavora in una farmacia in un paesino in fondo al fiordo. Cosa?!? Che ci fa uno spagnolo qui?! Mentre noi lemme lemme arranchiamo in salita, la vediamo spuntare in fondo e ci raggiunge in men che non si dica. Sicuramente e' molto piu' in forma, ma probabilmente ha anche l'attrezzatura e la bici un pochino piu' leggere dei nostri cancelli! Facciamo un tratto di strada assieme, ma poi lei si ferma (aveva fatto un passo la mattina che noi avevamo fatto giorni prima) mentre noi proseguiamo. Ci fermiamo dopo il secondo passo della giornata a Bildudalur. Il campeggio e' proprio all'imbocco del porto popolato da colorate barchette. Si paga il campeggio dentro al centro sportivo e scopriamo con gaudio e tripudio che i campeggiatori hanno accesso libero alla piscina termale! Montiamo la tenda in trenta picosecondi netti, peschiamo i costumi e via! Diagrammi molto dettagliati negli spogliatoi spiegano che bisogna lavarsi i "punti critici" senza costume prima di entrare nella piscina. Il piacere di una doccia bollente ci rende estremamente rigorosi nel seguire i dettami alla lettera. Finalmente ci immergiamo nella vasca termale (che e' all'aperto). Inizia pure, naturalmente, a piovere, ma noi siamo immersi fino al collo nell'acqua bollente! Che spettacolo, dopo una dura giornata di pedalata (iniziata pedalando sotto la pioggia gelata battente e finita con ben due passi montani), ci ammolliamo nella vasca termale finche' la pressione sanguigna arriva a 50-20 e rischiamo di svenire e affogare. Lu non riesce quasi neanche a rimettersi in piedi per tornare allo spogliatoio. La giornata e' conclusa con un fantastico hamburger al localino/supermarket/ristorante/ufficio turistico del paese. Il giorno dopo, seguendo il consiglio della guida di Lu, andiamo a visitare il museo dei mostri marini. Che pacco allucinante! La peggiore pseudoscienza con improbabili modelli di plastica di ridicoli mostri, improbabili reperti che non c'entrano niente e video di interviste ad evidenti ubriaconi che raccontano di aver visto delle macchie nella nebbia: sicuramente dei terribili mostri marini che non aspettavano altro che spolparli se non fosse che erano respinti dal tasso alcolemico del sangue delle loro potenziali vittime. Il classico specchietto per le allodole per incantare i turisti tonti (e noi, tonti, ci siamo fatti incantare). Si riparte verso il nulla e ben presto stiamo pedalando in mezzo ai fiordi piu' sperduti. Il prossimo "paese" e' a 140 km, eppure vediamo una ragazza da sola con un improbabile zaino strabordante che tiene in mano una tenda: dove crede di andare questa qui? Ci interroghiamo sul suo stato di salute mentale, ma concludiamo che si dirige al microscopico aereoporto del paese a una decina di km in cima al fiordo. Dopo un'altra decina, in fondo al fiordo arriviamo alla famosa piscina termale in mezzo al nulla di cui ci aveva parlato Jean. Lu, superschizzinosa, non si osa perche' l'acqua e' un po' sporca (c'e' qualche alga verde in sospensione). Lo non si fa pregare, pesca il costume e si tuffa a pesce, rimanendo poi coperto di alghe per giorni. Dietro alla piscina, c'e' anche uno stagno di acqua ancora piu' calda e Lo si immerge pure li', discutendo con due turisti tedeschi che pero' sono arrivati in macchina (facile cosi'!) Gli dicono che dormono nelle guesthouse, ma hanno dovuto prenotare tutto (e pagare) prima ancora di partire, quindi hanno tutte le tappe gia' predisposte, guai a sgarrare. Che modo diverso di viaggiare: certo in bici/tenda e' molto piu' libero: ti fermi dove vuoi e puoi sceglierti il posto migliore! Continuiamo la pedalata in mezzo al nulla (ormai da tempo la strada e' sterrata) e si ri-inizia a salire: un altro passo, ma questo con la strada sterrata. E' veramente impegnativo e inizia anche a piovere. Le bici soffrono vistosamente, coprendosi di fango. Mentre scendiamo ormai devastati vediamo una figura arancione, ormai familiare: Jean ci ha nuovamente raggiunti! Una bella impresa, questo passo allucinante per lei era gia' il secondo della giornata ma lei sembra fresca come una rosa. In fondo alla discesa c'e' la famosissima cascata. C'e' un campeggio libero non gestito dove l'unica struttura e' un piccolo casottino con i cessi pulitissimi (con carta igienica e sapone) e un lavandino per prendere l'acqua e lavare i piatti. Lo inizia a fumare dalle orecchie: si era accollato circa 6-7 litri d'acqua per la notte per tutto l'allucinante passo (ma perche' l'acqua pesa cosi' tanto?!). A sapere che c'era qui! Montiamo la tenda e immergiamo le bici nel torrente per pulire la catena completamente solida di fango. Invitiamo Jean a cena da noi (pasta al pesto comprata nell'ultimo paese), e lei viene portando la sua cena (ottimo cuscus di verdure secche). Il cuscus e' un'ottima idea per questo tipo di pasti: usa pochissima acqua, usa pochissima benzina perche' non deve cuocere e soprattutto si prepara in pochissimo tempo. Diventera' immediatamente anche il nostro piatto principale. Jean racconta che e' stata appena licenziata e ha deciso di prendersi sei mesi per fare un po' di viaggi e appena tornera' si cerchera' un lavoro qualunque "pero' deve essere almeno 1500 euro". Certo che in Belgio c'e' un'altra situazione del mercato del lavoro che in Italia!! Dai suoi discorsi diventa chiaro che e' una esperta alpinista, come del resto la sua attrezzatura e la sua disinvoltura ci avevano fatto sospettare. Non e' il suo primo viaggio in Islanda, ma e' il suo primo cicloturismo: l'Islanda non e' certo il posto per un principiante del cicloturismo, ma lei e' veramente molto sgamata. La mattina dopo Lo sale fino alla base dell'imponente cascata, ma Lu preferisce fare una passeggiata sulla spiaggia del fiordo. Jean, ci aveva salutato la sera prima dicendo che sarebbe partita la mattina presto da brava alpinista, ma noi preferiamo prendercela con piu' calma. Guardando la carta scopriamo che c'e' un altro passo su strada sterrata e non siamo molto entusiasti. C'e' anche segnata una pista da fuoristrada che segue il promontorio e decidiamo che, gia' che siamo entrambi in mountain bike, tanto vale sfruttarle: "andiamo al promontorio che magari dal mare aperto vediamo le balene!" Poveri illusi, non avevamo capito niente delle balene. Ci avviamo incerti oltre un cartello che avverte che la strada non e' accessibile alle auto, bisogna avere un fuoristrada (e ci renderemo conto ben presto che non basta un fuoristrada qualunque: ce ne va uno ben serio!) Riusciamo ad attraversare il primo torrente su un vecchio ponte quasi demolito, ma il secondo va guadato! Lo si toglie gli scarponi e prova ad attraversarlo: a meta' l'acqua arriva oltre le ginocchia! Decidiamo di provare a spingere le bici togliendo solo le borse anteriori, ma la bici di Lo quasi gli sfugge di mano e Lo fa il collaudo definitivo delle sue borse Ortlieb che finiscono quasi completamente sott'acqua: rimangono completamente asciutte! Riesce anche a trasbordare la bici di Lu, e ora tocca a lei. "Lu, lanciami gli scarponi!", ovviamente l'atletico lancio di Lu fa finire lo scarpone di Lo dentro il torrente a non piu' di un metro dalla riva DALLA PARTE DI LU! AAARGH! Lo si tuffa a pesce a recuperare il suo scarpone prima che la corrente lo porti chissa' dove e si distrugge tutte le dita dei piedi, mentre Lu, causa di tutti i mali, rimane impietrita. Lo scarpone viene recuperato e lanciato dalla parte opposta (giusto per mostrare come si fa). Lu e' tanto brava e buona, e ha tante belle qualita', ma come lanciatrice di scarponi oltre i torrenti lascia proprio a desiderare! Ora tocca a Lu attraversare, ma ha i piedini da Cenerentola troppo delicati e Lo le deve lanciare i suoi sandali perche' lei possa attraversare. Finalmente dalla parte opposta, Lo inizia a sperare che non ci siano troppi altri guadi, pero' e' stata un'avventura divertente e lo scarpone non si e' neanche troppo bagnato grazie al dito di grasso applicato prima della partenza. Per fortuna i guadi successivi sono tutti molto piu' agevoli da attraversare e si riescono addirittura a fare tutti senza togliersi le scarpe, anche se in un paio di occasioni le bici vanno dentro quasi fino ai mozzi. La pedalata e' veramente spettacolare, una delle migliori pedalate mai fatte. La strada e' tutto sommato agevole (tranne per alcuni punti con enormi roccioni), e non c'e' assolutamente niente e nessuno. Dalla parte opposta del fiordo le nuvole scorrono veloci sui pendii e sembrano liquide per come si avvolgono rapidamente attorno alle pareti delle montagne evidenziando le correnti d'aria, il fiordo stesso e' attraversato da formazioni di uccelli migratori, mentre dalla nostra parte delle puntute montagne fanno da contorno alla strada, un panorama veramente spettacolare. Ad un certo punto, la strada scende dalla scogliera e prosegue lungo il mare, passando tra gli scogli e sotto le falesie a picco da cui scendono numerose cascate che dobbiamo guadare: un posto di un selvaggio quasi da fare paura. Ci fermiamo su una spiaggia per il picnic: in tutto il giorno, da quando abbiamo lasciato la strada, non vediamo una singola persona fino alla sera, quando incontriamo due ragazzi a piedi, mentre cerchiamo un posto per la tenda. Lui sembra un giovanissimo vichingo dai capelli lunghi e lei ha capelli lisci talmente biondi da essere quasi bianchi. Decidiamo di mettere la tenda in cima alla scogliera vicino al faro proprio all'estremo del promontorio, sicuri di vedere le balene, ma niente (nonostante Lu passi delle ore incollata al suo fedele Swaroski), vediamo solo una povera foca ammuffita. Il posto e' spettacolare e siamo cullati dalle onde dell'oceano che si frangono sotto la nostra tenda. Lo dorme come un sasso, potrebbero lanciargli una granata a frammentazione sotto al suo fedele cuscino gonfiabile senza minimamente disturbarlo, mentre Lu veglia alla ricerca delle balene e vede il famoso sole di mezzanotte (e' qui al nord che la notte dura mezz'ora!): il sole finalmente appare perche' quando scende all'orizzonte passa SOTTO alle perenni nuvole basse. La mattina dopo ci schiodiamo a malincuore: e' un posto veramente spettacolare e sarebbe bello rimanere qui. La strada sterrata e' ancora lunga, ma presto arriviamo a Pyngeri (si legge Thingeri) dove c'e' un improbabile bar che serve waffle belga e Lu se ne prende uno con cappuccino. Lo preferisce un classico biscotto. Si riparte subito dopo perche' Lu, incontentabile, vuole andare a dormire a Sudureyri dove si possono visitare le fabbriche di pesce. Per fortuna durante la sosta per la merenda buca nuovamente e decidiamo che si fa troppo tardi: meglio fermarsi. E' un posto bellissimo su una spiaggetta in fondo ad un fiordo ed e' una soluzione di ripiego che e' sicuramente preferibile al programma originario, anche se c'e' un po' di vento alla sera, ma almeno ci asciuga la tenda umida in dieci minuti. Il giorno dopo c'e' da attraversare il tunnel e Lu e' terrorizzata: tiriamo fuori (e finalmente ne giustifichiamo l'esistenza) le torce, le lampade frontali e la lampada posteriore, e ci prepariamo come alberi di natale. Tutto cio' e' praticamente inutile perche' in 7km di galleria incroceremo due automobili. Lo pensa ai troll che chiaramente vivono qui, mentre la claustrofobica Lu canta per evitare di pensare al worst-case-scenario, che e' uno scontro frontale in nostra corrispondenza tra un'autocisterna carica di benzina avio ad alti ottani e un camion di scorie radioattive. Arriviamo finalmente a Sudureyri, ma e' domenica e le fabbriche di pesce che volevamo visitare sono chiuse e la guida turistica che doveva illustrare il paese e' malata. Ci accontentiamo dei cartelli illustrativi che pomposamente indicano una forest district: si tratta di un boschetto di venti pini nani il piu' rigoglioso dei quali sembra l'albero di natale di Fantozzi. Ci consoliamo con la fantastica piscina termale. Lu immediatamente fa conoscenza di una simpatica francesina di Parigi che e' in ammollo con noi e che ci dice che sta lavorando per un mese al locale dei waffle belga di Pyngeri, forse per sfuggire al caos di Parigi? Sicuramente una cosi' qui non passa inosservata e ci racconta di una folle festa durata tutta la notte a cui e' stata invitata la sera prima ad un faro in mezzo al nulla raggiungibile solo via barca. Ci dice che questa e' la piscina termale migliore di questa zona perche' e' l'unica veramente di origine geotermica qui. Lo fa la sua solita figura da pesce lesso perche' inciampa nei gradini e finisce come una patata nella piscina annaffiando tutti abbondantemente. Di nuovo rimaniamo in ammollo fino ad azzerare la pressione arteriosa e ci dobbiamo trascinare a quattro zampe fino agli spogliatoi. Ci fermiamo al localino del paese a mangiare la classica zuppa di pesce islandese che non e' altro che una clam chowder senza clams, ma fa un freddo notevole (fuori dalla vasca della piscina) e una zuppa calda va giu' molto volentieri. Appena fuori dal paese le lingue di neve arrivano fino al mare. Ritorniamo alla strada "principale" (l'incrocio con la strada principale e' a meta' della galleria e quindi ne dobbiamo rifare un lungo pezzo, ma di nuovo siamo fortunati con i camion di scorie radioattive) e ci dirigiamo a Isafjordur che e' la "capitale" dei Westfjords. Qui facciamo un minimo di spesa e poi in una pasticceria aspiriamo una mezza dozzina di ciucciarie sotto lo sguardo divertito delle commesse. Appena fuori dalla capitale siamo di nuovo in mezzo al nulla nel giro di pochi km, basta girare il primo promontorio. Stasera c'e' un bellissimo sole (finalmente!) e cerchiamo di fare evaporare la muffa, nonche' di tornare allo stadio di creature terrestri eliminando le branchie che opportunamente avevamo sviluppato. Lu e' inarrestabile e Lo deve pregarla di fermarsi prima di sbiellare un ginocchio, ma la pedalata extra ha pagato perche' ci fermiamo su una spiaggetta spettacolare con tappeto di muschio in mezzo ad un fiordo di un fiordo davanti ad un branco di cigni che starnazzando ci libera il campo. In lontananza si vede il fiordo principale, sulla cui altra sponda le montagne sono completamente coperte di neve fino al livello del mare. Stasera il nostro campo sembra una pubblicita' per le tende MSR, meraviglioso, e ci gustiamo un fantastico cuscus con pesto rosso che siamo riusciti a recuperare al paese. Il giorno dopo e' talmente bello che nessuno ha voglia di schiodarsi e poltriamo a lungo, fantastico. Alla fine la strada chiama e si parte, con una pedalata estremamente gradevole (perche' il tempo non e' sempre cosi'?!) lungo i fiordi completamente selvaggi. Al secondo o terzo fiordo Lo, cercando una spiaggetta per pranzare, vede uno stranissimo oggetto in mezzo al mare. Cos'e'? Inchiodata con proteste vivaci dei freni: e' una foca che sta facendo basking in the sun!! Nel frattempo arriva anche Lu che e' estatica. La foca ci guarda chiaramente piu' incuriosita di noi: noi sappiamo cos'e' una foca, ma e' difficile che lei sappia cos'e' un cicloturista. Inoltre siamo piuttosto pittoreschi con i colori pangalli delle nostre bici e vestiti. Rimaniamo a lungo a vedere la foca notando che nessuna delle (poche) macchine di turisti che passa si accorge di niente: certo che viaggiare in bicicletta si ha veramente il contatto con la natura e la visione a 360 gradi. Ci fermiamo a fare il picnic su una spiaggetta poco oltre e anche noi facciamo a lungo basking in the sun finalmente. Dopo qualche ora Lu deve sverniciare Lo dalla spiaggia perche' altrimenti non si schioda piu'! Dietro ad un promontorio ci sono delle macchine di turisti fermi a vedere una foca, ma si sono fermati solo perche' un vistoso cartello stradale indica che questa e' la spiaggia delle foche! Questa foca anche sta facendo basking in the sun, ma e' molto piu' lontana da riva e si vede bene solo con lo Swaroski. In serata il tempo inizia a guastarsi (il sole era durato ben quasi 24 ore, non vorremmo forse abituarci?!). Decidiamo che gli islandesi devono avere un sistema metereologico binario: se non c'e' un diluvio universale che sradica le strade, allora per definizione e' una giornata di sole. Solo cosi' si puo' spiegare la bacata statistica di un giorno di pioggia ogni tre e il fatto che essi girino costantemente con gli occhiali da sole, anche quando la giornata e' grigia e gloomy. Lu sprona Lo a pedalare almeno fino al pizzo del promontorio, e i fatti le daranno ragione! Arriviamo demoliti alla punta del fiordo e vediamo un bel prato pieno di pecore panciute dove mettere la tenda sulla spiaggia. Mentre cerchiamo un posto dove piazzare il campo si continuano a sentire dei lunghi sospiri. Lo continua a cercare la foca con la tosse che deve averli emessi, mentre Lu guarda oltre il fiordo pensando che siano slavinette di neve che scendono lungo i pendii dall'altro lato. Improvvisamente si alza agitatissima sbattendo le mani senza parole. Lo pensa che finalmente le e' andato completamente in pappa il poco cervello rimasto e che sta cercando di scacciare disperatamente i fastidiosissimi moscerini di questa spiaggia. Invece no: ha visto le balene a poca distanza dalla riva! Le sue borse vengono svuotate sul prato alla ricerca frenetica dello Swaroski e sembra che sia esplosa un'autobomba: l'attrezzatura e' sparsa in tutto il prato. Lo si deve accontentare del suo binocolino da quattro soldi che sembra uscito dall'uovo di Pasqua al confronto dello Swaroski, ma le balene sono vicinissime e si vedono tranquillamente anche a occhio nudo. Calcolando il delay (3-6 secondi) tra la visione e il suono dello sbuffo (ecco cos'era quel sospiro!), decidiamo che le balene sono a un chilometro e mezzo da riva!! Rimaniamo estasiati a guardarle per ore e si capisce chiaramente che sono almeno tre, probabilmente anche di piu'. Fanno tre respiri prima di tuffarsi: al terzo respiro si vede chiaramente la coda che spunta. Qui non deve essere molto profondo perche' emergono molto spesso. Finalmente Lu si distrae per mandare dei messaggini dal cellulare e Lo si impossessa dello Swaroski, tutta un'altra cosa. Se ci fosse un chioschetto di Swaroski, Lo se ne comprerebbe uno immediatamente anche per 10000 euri. Ad un certo punto spunta una foca curiosa a pochi passi da noi e nella stessa sbinocolata vediamo foca e balena, ma la povera foca viene totalmente ignorata. Le balene rimangono a lungo e piano piano si dirigono verso sinistra, ancora piu' profondamente nel fiordo. E pensare che noi poveri ingenui le cercavamo in mare aperto, le abbiamo trovate in fondo ad un fiordo (N66 03 15.1, W22 45 16.3) a piu' di 100km in linea d'aria dal mare aperto! Finalmente decidiamo di montare la tenda, mentre le balene sono ancora li', ma durante la cena se ne vanno finalmente. Lu passa la notte a cercare di vederle ancora: vivono qui di fronte, decide sicura. Lo invece crolla come un sasso. L'unica cosa che succede di notte e' che una delle panciute pecore inciampa clamorosamente in un tirante della tenda e lancia un rabbioso belato: a Lu viene un infarto acuto del miocardio e teme il collasso della tenda. Alla mattina Lu crolla inerme dopo la notte insonne ed e' quindi Lo che sente e poi vede le balene tornare! Lu salta su con occhi rossi, affetta da zombaggine acuta, ma subito inizia a scrutare l'orizzonte. La colazione migliore della nostra vita in compagnia delle balene poco lontano che fanno la loro. Lo, che per gentile concessione di Lu puo' usare lo Swaroski, sta seguendo una balena lontana quando d'improvviso la balena salta!!!!! Esce tutta dall'acqua e riatterra con uno spruzzo immane! Che scena incredibilmente maestosa e gioiosa al tempo stesso! Lo non e' mai stato cosi' eccitato e descrive la scena a Lu che tenta disperatamente di reimpossessarsi del binocolo, ma Lo combatte strenuamente e non lo molla! Lo e' talmente contento che inizia a saltare per tutta la spiaggia, non ricorda di essere mai stato cosi' felice come ora. Questo momento vale da solo tutto il viaggio, anzi collettivamente tutti i viaggi in bici mai fatti. Lu, impossessatasi nuovamente del binocolo riesce a vedere un secondo salto!! Lo si avvita il suo binocolino agli occhi, ma la balena ha deciso che due salti erano sufficienti e se ne va via tranquilla. Chiaramente sono megattere (humphback whales) e Lo vince 30 pizze di scommessa: aveva riconosciuto la gobba e la caratteristica coda. Rimaniamo ancora a lungo, ma le balene vanno via e la strada ci chiama. Partenza! Lo e' al settimo cielo e continua a inventarsi canzoni a squarciagola che descrivono balene che saltano. Lu, incontentabile, dice che per morire felice deve solo piu' vedere l'aquila di mare, e infatti neanche 5 km di strada piu' avanti c'e' un'aquila di mare che svolazza a fianco della strada. Lu non puo' credere ai suoi occhi che il suo piu' recondito desiderio di naturalista (balena+aquila) sia stato esaudito cosi'! La sua inchiodata solleva scintille dai dischi dei freni e strappa l'asfalto dalla strada: nuovamente le borse esplodono per pescare lo Swaroski. E' proprio l'aquila di mare! Siccome il totem di Lu e' la megattera e il totem di Lo e' il falco (ma ci possiamo accontentare anche dell'aquila), siamo veramente al settimo cielo: e' quasi un'esperienza mistica! Il resto della giornata procede in una nebulosita' sia dei nostri animi che del cielo. Ci fermiamo in un altro paesino costituito unicamente da uno stranissimo albergo cadente dove acquistiamo del pane e Lu si spara due frittate con panna ai mirtilli e Lo una brownie. Probabilmente le frittate hanno anche del plutonio arricchito perche' Lu riparte a razzo e si spara l'intero fiordo da 40 km ad una media oraria di Mach 1, mentre Lo arranca dietro. Ci fermiamo appena prima della salita che ci portera' dall'altra parte dei Westfjords. Ormai siamo proprio alla punta estrema del fiordo, ma cerchiamo ancora (invano, ahime') le balene. In compenso una foca curiosa osserva a lungo la nostra tenda sulla spiaggia: cosa sara' mai quest'oggetto? Stasera, per la prima volta abbiamo dovuto montare la tenda sotto la pioggia, ma per fortuna cessa proprio per i cinque minuti necessari al montaggio e riusciamo ad avere quasi tutti i vestiti asciutti (e stendiamo nella tenda quelli piu' umidi). Appena la tenda e' pronta inizia il diluvio universale, ma noi ormai siamo al sicuro e non c'e' niente di piu' rilassante di essere al calduccio nel sacco a pelo ascoltando la pioggia scorrere sulla nostra supertenda, guardando la pioggia increspare le tranquille acque del fiordo. Che cozy! Il giorno dopo si sale al passo che divide l'oceano atlantico dal mar glaciale artico. Se le nostre amiche balene volessero seguirci, invece dei nostri 40 km ne dovrebbero fare forse 1000 o 2000! Il passo e' molto tranquillo stavolta, anche se si sale fino a quasi 500 metri: la salita e' graduale e tranquilla e scorre via tra discussioni filosofiche, non c'e' certo da stare attenti al traffico qui! La temperatura scende drasticamente con la quota e presto vediamo dei ghiacciaietti ed enormi nevai. L'impetuoso torrente e' attraversato da un solido ponte di neve e Lo vuole farsi fare la foto sopra, nonostante Lu paventi il solito worst-case-scenario di un meteorite che faccia cadere il ponte proprio mentre Lo vi e' sopra. Purtroppo c'e' un profondo crepaccio che impedisce l'avvicinamento al ponte, peccato. Ci consoliamo con un fantastico picnic in cima al passo, svaccati su un tappeto di muschio spesso almeno trenta cm. Una brevissima discesa consuma immediatamente tutta l'energia potenziale gravitazionale che avevamo cosi' faticosamente accumulato, e arriviamo al paese di Holmavik. Decidiamo di fermarci al campeggio che e' ancora annesso alla piscina termale, action! C'e' di nuovo magari bisogno di una doccia dato che l'ultima risale al paese dei pescatori. Anche qui ci sono diverse vasche con il cartello con la temperatura. Lo si fionda in quella da 40 gradi e quasi muore di shock da abbassamento di pressione. Sopra la vasca da 40 c'e' una telecamera che probabilmente serve al bagnino per soccorrere quelli che veramente hanno un collasso. Che bello svaccarsi nella vasca. Poi andiamo in paese a mangiare in un localino che secondo la guida di Lu fa "cucina tipica", ma oggi c'e' baccala' alla puttanesca, certo ci aspettiamo una reinterpretazione in chiave locale del piatto laziale, ma non si tratta altro che baccala' su cui hanno versato della salsa presa da un barattolo del supermercato. Comunque siamo talmente affamati che mangeremmo anche i sassi con la salsa, e spazzoliamo il piatto fino all'ultima briciola. Il giorno dopo ripartiamo con molta flemma: ormai il viaggio volge al termine e siamo molto stanchi: Lo ha male a un ginocchio e Lu ha le gambe in fiamme per l'acido lattico. Prendiamo una strada secondaria che segue il fiordo principale e il poco traffico per Holmavik si azzera. Nuovamente incontriamo dei tratti di sterrato e c'e' una salita (per la verita' niente di particolare) che manda Lo al tappeto ed e' costretto poco dignitosamente a spingere la sua bici. Ci fermiamo oltre un passo in mezzo al nulla su una spiaggetta bellissima: ultima notte in riva ad un fiordo. La mattina dopo, mentre Lu sta facendo i suoi bisognini (certo che un bagno con un panorama del genere chi ce l'ha!?), nota che c'e' una foca che fa basking in the "sun" proprio di fronte alla nostra tenda, ma lo stolido Lo, che sta poltrendo in tenda leggendo Hemingway sul suo fedele Kobo, non si e' accorto di niente! Ultima pedalata fino a Standvik, alla fine del fiordo. Non e' una citta', la localita' consiste solamente nella stazione di servizio. Che fortuna, arriviamo proprio mentre il bus per Reykjavik sta partendo e riusciamo a saltare sopra (bici e tutto) proprio al volo. A Reykjavik andiamo in centro con la pista ciclabile, ma decidiamo di proseguire verso l'aereoporto in bici, piu' che altro per la pigrizia di cercare il bus per l'aereoporto e per la speranza di vedere un altro po' di Islanda, visto che il giorno dopo l'aereo e' solo nel pomeriggio. Infatti, riusciamo a fare un'ultima notte allo svacco in mezzo ad uno spettacolare campo di lava dormendo finalmente su uno di quei fantastici tappeti di muschio da 30 cm. Decidiamo di non montare la tenda, ormai anche se bagnassimo i sacchi a pelo non sarebbe piu' un problema e ci addormentiamo guardando il cielo azzurro (finalmente) e gli uccelli che lo solcano in quota. Il giorno dopo riusciamo ancora a fare un ultimo salto nella fantastica piscina termale di Keflavik, che spettacolo. Non solo ci sono le solite vasche calde, ma anche la piscina da nuoto e' riscaldata e c'e' la sauna e perfino lo scivolo acquatico (dove Lo fa la fila piu' volte insieme a torme di marmocchi, mentre la seriosa Lu lo guarda divertita da lontano). Che modo spettacolare di terminare il giro: tutti i giri da cicloturismo dovrebbero finire cosi'. Il resto scorre via liscissimo: recuperiamo gli scatoloni, smontiamo le bici, cena in aereoporto, arrivo a Malpensa dove i genitori di Lo, gentilissimi, si sono offerti di accompagnarci a Pavia (il nostro volo arriva troppo tardi per prendere il treno). Siamo a casa sotto la doccia in un baleno. Fantastico giro! Lu, che come ogni anno promette solennemente che questo e' il suo ultimo viaggio in bici ("il canto del cigno") ha gia' iniziato a programmare il prossimo giro in Islanda prima ancora di staccare il sedere dal sellino! A presto, balenefochetursiopiaquile!

Considerazioni tecniche: abbiamo avuto molta piu' pioggia di quanto ci aspettassimo, ma contrariamente a quanto ci aspettassimo non e' mai stato un problema. Non ci e' mai capitato l'incubo di dover montare (o smontare) la tenda sotto la pioggia battente, ne' di dover entrare in tenda con i vestiti grondanti d'acqua. Un'unica sera siamo entrati in tenda con i vestiti un po' umidi ed e' stato sufficiente appenderli ad un filo nella tenda. La rete che avevamo predisposto nella tenda e' stata inutile. Mediamente la pioggia e' molto debole ed e' piu' che altro un leggero fastidio soprattutto psicologico: le temperature sono abbastanza alte e la pioggia ti si asciuga addosso prima di bagnarti veramente. Spesso non e' neanche necessario mettersi il gore-tex, soprattutto sulle gambe (dei buoni pantaloni da bici, come quelli di Lu, aiutano). Abbiamo avuto pioggia forte con temperature basse per parecchie ore solo due o tre volte, e quello e' stato veramente fastidioso (soprattutto per Lo, Lu sembrava impervia e continuava a sorridere e a salutare gli esterrefatti automobilisti), ma e' tollerabile con un buon gore-tex (che avevamo) e le ghettine per tenere asciutti gli scarponi. Guanti seri sono inutili, Lo ha usato i suoi antichissimi sottoguanti in capilene (Patagonia expedition weight), mentre Lu ha usato con successo i guanti della sua muta. Abbiamo piu' volte dovuto riporre la tenda ancora bagnata, ma (avendo cura di tenere il telo esterno separato dal resto) non e' mai stato un problema. Anche il vento non e' mai stato un problema: non era forte e comunque, andando su e giu' per i fiordi, se era contrario da un lato, sarebbe stato a favore dal lato successivo. In ogni caso l'interno dei fiordi era sempre abbastanza riparato e c'era vento soprattutto lungo i promontori. Su questo abbiamo avuto fortuna, perche' pare che il vento sia un serio problema, soprattutto all'interno, ma talvolta anche sulla costa. Ad Andenes, all'ufficio informazioni turistiche ci hanno detto che una coppia francese in bici e' stata costretta a tornare a casa l'anno prima perche' dopo una settimana di vento forte non ne potevano piu'.