Ciclismo Andino

"Ciclismo Andino"
Attraversamento delle Ande in bicicletta
1-31 Luglio 2006.



1400 Km (piu' della meta' su sterrato, 100 Km sopra ai 4000m di quota, un passo a 4700m, altimetria 400-6045-0-2500 m.s.l.m.)
File per google maps


Foto del giro in ordine sparso

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Arriva finalmente il giorno della partenza. Evviva! L'eccitazione e' alle stelle. Naturalmente c'e' ancora un sacco da fare e nella concitazione del momento, L prende una storta tale che si ritrova la caviglia destra dietro all'orecchio sinistro. Paranoia! Per fortuna, niente di rotto e possiamo caricare le bici (inscatolate alla perfezione grazie alle scatole del mitico Carlino) sul tetto della Uno! Partenza! Per poco non perdiamo le bici in autostrada, ma riusciamo ad arrivare indenni all'aereoporto con un largo anticipo, che sperperiamo subito aspettando stolidamente al check-in sbagliato: "Guarda Simo che fila che si sta creando li': che sfortunati!", naturalmente era la nostra fila! Per fortuna alla fine tutto si risolve bene, grazie ad un abile intrufolamento di L. L'aereo e' un antichissimo 737-200 che cade in pezzi e perde olio dai motori: e' perfettamente in tono con il nostro spartanissimo viaggio! Finalmente si arriva a Roma, ma le 2 ore di ritardo ci impediscono di ritirare la torta di cioccolato di Moster. Mannaggia! Il viaggio e' tranquillo e presto siamo a Buenos Aires: ritiro bagagli, cambio biglietto, cambio valuta, shuttle per l'altro aereoporto: tutto fila liscio. La periferia di Buenos Aires ricorda molto il Messico: le case e le macchine sono demolite, eppure non c'e' eccessivo squallore. Un sacco di colori e scritte vivaci. Arriviamo all'aereoporto e subito rifacciamo il check in. Poi svacco sul lungomare. Il tempo per fare un giro in citta' ci sarebbe (6 ore di attesa!), ma siamo molto stanchi e il viaggio e' ancora lungo. Comunque le emozioni non mancano, dato che poco distante un artificiere sta disinnescando una bomba in mezzo all'indifferenza degli argentini che passeggiano amenamente sul lungomare con i bimbi. S dorme e non si accorge di nulla, L vede che c'e' movimento attorno ad un furgone "esplosivos". Dopo un po' ne emerge un omino bardato di pesantissima armatura verde. Il traffico viene fermato e lui si mette ad armeggiare sotto un albero. Dopo un po' si alza e con MOLTA delicatezza si dirige al furgone brandendo qualcosa che, per la deferenza accordatagli, potrebbe essere il sacro graal. Lo posa in una scatola blindata e tutti i poliziotti riiniziano a respirare. Il traffico riparte, tutto normale! Dopo compriamo il pranzo (pacco di biscotti) da un simpatico ambulante e vediamo l'air force one argentino. Il parco e' pieno di bimbi che giocano allegri e qualche barbone che vive in tenda e pesca il pesce. Volo a Catamarca. Il paesaggio e' piuttosto noioso: saranno cosi' anche le nostre prime tappe? Atterraggio spettacolare in mezzo al nulla: dove sara' la citta'? Neanche una luce intorno all'aereoporto! L, ovviamente, va a visitare la cabina del 737-200 scassatissimo e completamente analogico: il comandante simpatico illustra orgoglioso l'antico pannello strumenti. Ci si ferma in aereoporto una mezz'oretta, ma non si puo' scendere dall'aereo! L prende una boccata d'aria sul portello e quasi cade dalla scaletta per far passare un signore ciccione. Si riparte e in meno di 15 minuti si arriva alla destinazione finale La Rioja dopo quasi 40 ore di viaggio!! L'aereoporto e' ancora piu' rustico, ma i nostri bagagli ci sono ancora! La probabilita' che cio' accadesse era inferiore a quella di trovare un orso polare dipinto di fucsia nell'ascensore del supermercato. Ormai devastati ci accingiamo a montare le bici. Nel giro di un'ora e mezza e' tutto pronto, niente e' stato perso, rotto o dimenticato. Facciamo un orso polare fucsia e una suora viola a strisce arancioni. La fortuna e' finita perche' il primo albergo e' pieno e il secondo non si trova. Per fortuna gli orari sono "spagnoli" e alle 23 tutto e' ancora aperto. Alla fine troviamo una stamberga a 30 pesos (=6 euro in due!) che va benissimo. A Lu verrebbe la setticemia solo ad entrare, ma in realta' i letti sono ragionevolmente puliti e la doccia e' calda! Cosa si puo' volere di piu'?! Anche il senor Jose' e' simpatico e molto cordiale e ci lascia tenere le bici nella stanza, cosa utilissima per razionalizzare il bagaglio la mattina dopo. La notte scorre liscissima. Perdiamo entrambi conoscenza per la stanchezza: fuori della porta (finestre non ce n'e') potrebbe esserci una guerra termonucleare e non ce ne accorgeremmo. La mattina si parte un po' basiti e ci fermiamo a fare colazione. "Simo, prendiamo qualcosa per il pranzo?" "Non ti preoccupare, e' pieno di paesini" Dopo circa 120 Km senza aver visto una sola casa, a L sorgono i primi dubbi sull'efficacia della scadentissima (ma unica esistente!) cartina. Meno male che almeno avevamo preso l'acqua, perche' di pranzo, neanche a parlarne! Si attraversa un bellissimo deserto in piano, circondato in lontananza dalle montagne. Nonostante le lunghe distanze, la bici e' un mezzo adeguato: l'incedere e' evidente. E' chiaro pero' che, pedalando nel deserto, suscitiamo l'ammirazione dei locali: i camion e le macchine che incrociamo lampeggiano e strombazzano salutando con il pollice su! La strada inizia a salire in mezzo a boschetti di cactus. Che caldo! L e S termalizzano alla temperatura di fusione dell'acciaio al cromovanadio e devono stare attenti a non fondere i telai delle bici. Meno male che in questo emisfero e' inverno! L si diverte a cercare quale degli spinosissimi cactus assomiglia di piu' a Lu: forse uno con le spine velenosissime da 20 cm?! No, e' troppo morbido e accogliente. Ad un certo punto scolliniamo e vediamo la strada che si perde dritta all'orizzonte. Secondo il GPS mancano ancora 35 Km alla nostra meta, Aimogasta, ma non si vede! In compenso la cerchia dei monti che si aprono nel deserto durante la rapidissima discesa e' veramente spettacolare! Un panorama piu' mozzafiato della bollente salita... Arriviamo accaldati e disidratati e ci avventiamo in un "Kiosco" dove il basito signore ci serve. Gli Argentini sono tutti, TUTTI, cordialissimi e allegri, ma si dividono in due categorie: quelli attivi e svegli (la maggior parte) e quelli che sembra si siano presi troppe legnate per poter ancora ambire a qualcosa. Il signore del Kiosco appartiene a questa seconda categoria e ci guarda bovico mentre ci scoliamo i suoi sughi di frutta prima ancora di averli pagati (sara' forse la sorpresa di vedere due turisti pazzi?). Dopo la rifocillazione ci dirigiamo in centro. Fa ridere un cartello scritto a mano davanti ad un cortile "robar no es ganar" (rubare non e' vincere), che probabilmente si riferisce al mondiale di calcio: l'argentina e' stata eliminata dalla Germania. Qui il calcio e' quasi piu' importante della religione e quando l'Italia arriva in finale (eliminando l'odiatissima Germania), L e S guadagnano il rispetto di tutti. Appena scoprono che siamo italiani, tutti (negozianti poliziotti doganieri albergatori) ci augurano "buena suerte" per la finale. Per quanto riguarda la religione "vera", anch'essa e' molto sentita e i paesini hanno tutti orgogliosamente una chiesetta ben curata e il deserto e' costellato di croci e madonnine circondate da festose bandierine rosse, cactus colorati o addirittura spazzatura "ornamentale" (bottiglie di plastica colorate o copertoni usati dipinti). E' possibile siano degli ex voto oppure dei monumenti a ricordo di persone morte. E' chiaro che la religione principale e' il cattolicesimo, ma non mancano chiese di altre denominazioni, come appare dai vistosi cartelli sul frontone. L'albergo oggi e' di categoria decisamente superiore: c'e' pure la finestra e, addirittura, la televisione! Si torna in paese con l'idea di cenare, ma e' presto chiaro che prima delle 22 non se ne parla neanche: decisamente sono orari "spagnoli"! Il nostro tentativo e' equivalente a quello dei turisti polli che cercano di cenare in Italia alle 5 del pomeriggio! Acquistiamo il cibo in un supermercato e mangiamo "prestissimo" alle 20 in albergo. E' buffo che, nonostante le numerosissime piantagioni di olivi subito fuori della citta' (dove c'e' l'acqua), non abbiano olio di oliva nel supermercato: bisogna andarlo ad acquistare in un negozio di prodotti tipici! Nonostante l'accattivante etichetta che promette olio extravergine di qualita', si rivelera' piu' adatto a lubrificare il motore di un trattore e la sua acidita' Ph1 ci perseguitera' per il resto del giro. Il giorno dopo si parte di buon ora, con una spettacolare alba rossa che spunta dalle montagne. La colazione e' a base di "dulce de leche", una specie di latte condensato aromatizzato con zucchero caramellato e vaniglia: ha circa le stesse calorie di una caramella all'uranio arricchito ed e' perfetto per noi ciclisti. Che freddo! L'escursione termica nel deserto e' elevatissima e L pedala con i guanti laddove poche ore prima si stava vaporizzando il cranio. Il deserto cambia ancora una volta: piatte distese di sabbia con montagne che si ergono dai miraggi in lontananza, non e' affatto monotono come temevamo! Ci divertiamo a gridarci insulti a squarciagola nel mezzo del nulla. Questa e' liberta'! Dopo una quarantina di Km, veniamo fermati ad un check point della polizia ad un crocevia dominato dalla statua di un santo. Una signora (sta aspettando l'autobus?) solleva la figlioletta con devozione in modo che possa toccare il santo. Naturalmente i passaporti sono in fondo alle capaci borse e quindi ne approfittiamo per una pausa. Qualche km dopo siamo a Salado, dove ci si ferma per pranzo. Compriamo alcuni panini da un panettiere che impasta ascoltando la radio e infornando in un nerissimo forno a legna. Forse l'igiene non e' garantita, ma la bonta' decisamente si': i panini sono squisiti, come tutto il pane che compreremo in Cile e Argentina. Sa veramente di pane, al contrario di quello industriale a cui siamo ormai abituati noi. La piazza del paese e' carina con le panchine verniciate di fresco e la chiesa addobbata con scolorite bandierine. C'e' anche un monumento ad un "valiente" soldato caduto alle isole Malvinas (quelle che noi conosciamo come Falklands) per "defendere el nuestro". La stupidita' di tale guerra e' resa ancora piu' evidente: perche' mai un poveraccio nato in questo desertico posto dimenticato dovrebbe morire per un inutile scoglio in mezzo al mare? A Salado c'e' anche una vecchia stazione ferroviaria in disuso (la ferrovia non va piu'): sembra uscita direttamente da un film di Sergio Leone: "C' un cavallo per me?", "Ehi ragazzi, vero... ci siamo proprio dimenticati un cavallo...", "Non avete dimenticato un cavallo, ce ne sono due di troppo... PUM, PUM, PUM!". Una signora gentile ci attacca bottone, ma non si capisce niente. Gli argentini sono cordialissimi e molto simpatici ed e' chiaro che non si vedono molti turisti qui, e ancora meno in bicicletta: ci guardano basiti come fossimo pagliacci del circo. Scopriremo poi che la voce del nostro passaggio per questi paesini persi nel deserto arriva addirittura alla vialidad di Las Grutas a quasi 250 Km da qui: evidentemente siamo proprio uno spettacolo mai visto! A Tinogasta c'e' l'ormai rituale sugo di frutta e poi troviamo un albergo discreto: non ha le finestre stavolta, ma un bellissimo patio pieno di piante per lasciare le bici. Tornando verso il paese troviamo un supermercato dove stanno guardando la semifinale Italia-Germania del mondiale di calcio. Ovviamente gli argentini tifano per l'Italia contro l'odiatissima Germania che li ha eliminati. Compriamo un pacco di biscotti come scusa e guardiamo anche noi la partita. S impazzisce urlando a squarciagola e correndo per le corsie del supermercato a braccia in su con l'approvazione di tutti i commessi che sono felicissimi che la Germania ha avuto cio' che si meritava. Andiamo in piazza a svaccarci un po' per aspettare l'orario (tardissimo, ahime'!) per la cena. Ci si diverte a guardare le scassatissime auto. Qui il truzzo di paese (specie in via di estinzione da noi) e' ancora floridissimo e una teoria spettacolare di auto taroccate si snocciola davanti ai nostri occhi. Siamo indecisi se dare la palma ad una ancora piuttosto raffinata fiat 600 (vecchio modello, naturalmente) viola con finiture nere, ma alla fine vince senza alcun dubbio una fiat duna amaranto con le fiamme gialle che escono dal cofano: ha il parabrezza brunito sfondato e, dulcis in fundo, un pezzo di portapacchi e' stato montato sul baule posteriore a fare da improbabile spoiler a sezione quadrata. Andiamo a mangiare finalmente: S prende una (sorprendentemente buona) pizza, mentre L una dozzina di ottime empanadas de carne. La signora e' gentilissima e ci ringrazia per aver scelto il suo ristorante! Il prezzo e' di 20 pesos (5 euro) in due. La mattina dopo, mentre consumiamo una freddissima colazione in piazza (litrozzo di latte-cioccolato e simil-panettone) ci si avvicina un simpatico signore strabico e panciuto che sfodera un improbabile passato da ciclista e ci augura buon viaggio con la solita' cordialita' argentina. Il giorno dopo si va a Fiambala' con una tappa tranquilla in mezzo ad un altipiano desertico spettacolare e colorato: il panorama e' completamente cambiato per l'ennesima volta. Siamo sorvolati da un rapace che volteggia minaccioso (aspettando di cibarsi delle nostre carcasse?) Questa e' liberta bis!!! Il panorama ricorda un pochino il pianeta Tatooine di Star Wars, quando Luke corre nel deserto con l'auto a levitazione e i suoi robottini. L'entusiasmo e' alle stelle e gli insulti volano a squarciagola da una corsia all'altra: il peloso L e' Chewbacca, mentre il lumachevole S e' Jabba the Hut. Fiambala' e' una cittadina di frontiera (anche se la frontiera e' a 200 Km, ma questa e' l'ultimo centro abitato!) piuttosto estesa e con molti negozi. Ci fermiamo all'albergo comunale dove rimaniamo per due giorni a riposarci e fare provviste in vista della traversata delle Ande: un salto di 490 Km senza possibilita' di approvvigionamento (se non per casi di emergenza nei due avamposti di frontiera argentino e cileno). Per fortuna i negozietti sono molto ben forniti e riusciamo ad accatastare provviste per ben 14 giorni senza appesantire troppo le bici gia' cariche: pasta, tonno, alici, terrificante carne in scatola (che ci perseguitera' per il resto del giro), salami, frutta secca (uva e fichi), polenta istantanea, minestrine Knorr, purea di patate liofilizzate, 14 pacchi di biscotti, te', e infine un paio di saponette di marmellata solidificata di "membrillo" (che frutto sara'?), un'energetica specialita' locale. Riusciamo a parlare con Jonson Reynoso, l'unica guida alpina (andina) della zona, che in realta' fa il tecnico TV (visto che di clienti scalatori qui ne capitano ben pochi!). E' gentilissimo e ci riempie di notizie utili per il viaggio. Ci vende anche un litro di benzina bianca per il fornello ad un prezzo nominale. Finalmente si parte per la traversata, ma mentre diamo gli ultimi ritocchi alle bici gia' cariche, si presentano due personaggi della televisione locale che vogliono intervistarci. Decisamente di turisti ce ne sono pochi qui!! Gli interessa cosa si sa della loro regione in Italia (francamente nulla!), perche' siamo venuti qui (per gli spazi immensi e la natura splendida) e, naturalmente, cosa ne pensiamo dell'Italia che e' in finale ai mondiali (S rende pubblica la sua scommessa: se l'Italia vince, attraversera' in bici il paso de S. Francisco, 4800m, a torso nudo coperto solo dalla bandiera d'Italia che L ha portato e che fa bella mostra di se' sulla sua bici). L'intervista termina con l'abilissimo oratore S che espertamente dimostra gli accorgimenti della sua vecchissima (ma funzionale) bicicletta. Andiamo in piazza a fare colazione e incontriamo Jonson Reynoso che ci fa una foto bardati e pronti e ci spiega perche' e' venuta la TV: se riuscissimo ad andare in cima all'Incahuasi (com'era nei nostri piani), sarebbe la prima invernale di questa veneranda cima! La nostra confidenza crolla vistosamente: eravamo convinti fosse una cima molto semplice, come mai nessuno ci e' mai andato di inverno? Come scopriremo piu' avanti, la cima e' tecnicamente molto molto semplice, ma richiede un avvicinamento di qualche giorno che puo' essere non banale, visto che non esistono previsioni meteo (e' addirittura difficile capire dai locali che tempo ha fatto nei giorni passati!) e visto che periodicamente arriva un vento fortissimo e freddissimo. Si parte da Fiambala' e la citta' bruscamente finisce in un altro deserto ancora diverso dai precedenti: inizialmente e' una distesa di sabbia nera, poco a poco diventa coloratissimo: giallo rosso nero azzurro bianco. L, che e' stato redarguito per telefono da Lu il giorno prima, si da' da fare con la macchina foto. Speriamo che i colori rendano! Purtroppo siamo subito messi a terra da un incidente tecnico: un raggio posteriore rotto dalla parte del pignone. Non siamo attrezzati per una riparazione simile, mannaggia! Si prosegue lo stesso, ma la pedalata e' rovinata: sembra di pedalare su ghiaccio sottile con un carico di uova sul portapacchi. Il terrore di rompere un altro raggio (sarebbe un vero guaio) e' altissimo. La tappa, anche per questo motivo, e' molto dura: c'e' molto dislivello, un brutto tratto sterrato, e molto vento contrario (cosi' almeno ci sembra inizialmente: poveri noi, ancora non sapevamo cos'e' il vento!). Il panorama e' pero' spettacolare: la strada si snoda in spettacolari gole coloratissime: sono piu' colorate le rocce che la rada vegetazione. Arriviamo al rifugetto (una vecchia e cadente casa di pastori). L, distrutto, improvvisa una riparazione unendo il moncone di raggio rotto con uno nuovo usando un paio di pinze. Tale accrocchio sorprendentemente reggera' alla perfezione per i restanti 1100 Km di viaggio (molto del quale su sterrato con bici sovraccariche!). Meno male che c'e' il rifugio che ci ripara dal fortissimo vento che soffia tutta la notte. Purtroppo c'e' la luna piena, ma ciononostante si intuisce una stellata spettacolare. Imbastiamo una fantastica pastaccia marcia e crolliamo a letto. L riesce ancora a trascinarsi a lavare pentola e denti al ruscello li' a fianco e si gode il deserto stellato. E' l'ultima volta che la pentola viene lavata mentre siamo in giro, e arriveremo anche a farci il te' nella pentola sporca di polenta con le alici! Il sapore non e' poi terribile, se si mette una quantita' di zucchero sufficiente (cioe' fino a quasi provocare il collasso gravitazionale della pentola)! Purtroppo siamo ben presto nuovamente in attivita': il posto brulica di topini che hanno gia' preso a sgranocchiare la busta della bottiglia di olio. Che pacco! Ci tocca appendere tutte le borse delle bici agli appositi ganci sul tetto di paglia del rifugio. Sara' finita questa interminabile giornata? Ancora no! Alle 3 di notte siamo svegliati da una forte scossa di terremoto! La catapecchia regge e ci svegliamo ridendo: che la maledizione degli Inca ci abbia colpito? Il giorno dopo, il terrore: un vento mostruoso ci castiga e non riusciamo neanche a goderci il magnifico panorama marziano. Se il cielo fosse arancione (invece di un intensissimo azzurro), sembrerebbe esattamente il panorama delle familiari foto della sonda Pathfinder su Marte: dolci colline arancioni costellate di sassi a perdita d'occhio. Ogni tanto gli asini selvatici ci guardano allibiti da bordo strada pensando: da dove sbucano questi multicolorati colleghi? A L viene nostalgia di sua sorella moster, chissa' perche'.. Arriviamo al rifugio di Casadero Grande: una casetta in mezzo ad una spianata multicolore interminabile. Il posto e' fantastico. Ci dirigiamo ad un torrente 'poco' distante per l'acqua e camminiamo per un'eternita'. C'e' anche un contadino (l'unica presenza umana autoctona di tutto l'attraversamento) con cui scambiamo 2 parole, ma non e' molto cordiale. L'acqua e' un po' putrida, ma da' sapore alla polentaccia che viene fuori fantastica. Il rifugio stasera e' molto piu' accogliente. La sera c'e' un tramonto spettacolare sull'Ojos del Salado, il vulcano piu' alto del mondo che e' 'poco' distante. Il giorno successivo, terrore doppio: il vento e' ancora aumentato e fuori c'e' una vera tempesta di sabbia. Si parte nonostante il parere contrario di L... In breve le bici sono letteralmente smerigliate dalla parte del vento, cosi' come anche ogni cm quadrato di pelle scoperta: la sabbia sparata punge come scariche elettriche! Un fuoristrada con un omino della vialidad si ferma allibito vedendo L barcollare nella tempesta. Si tratta di Ricardo, che conosceremo a Las Grutas. E' molto cordiale e simpatico (prima di ubriacarsi) e ci dira' che non aveva mai visto una simile tempesta (e soprattutto due pazzi in bicicletta dentro). L'incedere e' talmente difficoltoso che facciamo molti piu' Km di quelli indicati sui cartelli stradali: si puo' procedere solo a zig-zag. Verso le 12 molla un po' e dopo un rapidissimo pranzo si procede. Il panorama cambia ancora una volta: ora sono dei ruscelli bordati da malatissime piante gialle e frequentati dai vacunas (dei lama selvatici) che ci attraversano la strada sbalorditi. Accanto alla strada si alzano alte collinette coniche di probabile origine vulcanica. La tregua dura poco e ben presto ci ritroviamo a pedalare come se avessimo in faccia lo scarico di un J58 (il motore del Blackbird SR71): ogni Km e' un anno di vita in meno. Ci fermiamo al provvidenziale rifugio de Las Peladas, dove entrambi collassiamo in piena crisi ipoglicemica. Il problema e' andare a recuperare l'acqua a qualche Km di distanza, ma per fortuna passa una rarissima macchina con due brasiliani che ci danno un paio di litri. Il vento gli ha strappato di mano i passaporti alla frontiera e sono costretti a tornare indietro! Dopo esserci ripresi un po', usciamo dal rifugio e rimaniamo a bocca aperta per lo splendore del tramonto rosa sulle dolci colline ricoperte dalla rada erbetta gialla: i colori sono fenomenali! La mattina dopo si fermano 2 auto e scende uno con la cinepresa. Aiuto! Saranno mica ancora quelli della TV? No, sono due famiglie in gita che ci osservano come fenomeni da baraccone mentre prepariamo le bici. Scopriamo da loro che l'Italia e' campione del mondo di calcio, cosa che ci procurera' non poca ammirazione da tutti quelli che incontreremo da ora in poi. La pedalata fino a Las Grutas (frontiera dell'Argentina) e' gradevolissima (finalmente non c'e' vento) e la quota non da' alcun fastidio, anche se siamo ormai tra i 4000 e i 4200m. Le colline, gialle per la rada erba del deserto e costellate di lamas, si stagliano contro il cielo blu-nero per la quota. Arriviamo a Las Grutas e, dopo le formalita' doganali, decidiamo di fermarci li' per riposarci un po' dal terrore dei giorni precedenti. Abbiamo la priorita' di attraversare in Cile e non abbiamo troppe scorte di cibo nel caso il maltempo ci blocchi da qualche parte, quindi decidiamo di soprassedere la salita all'Incahuasi e di ripiegare su un'altra montagna, il cerro S. Francisco, che non richiede giorni di avvicinamento. Andiamo a fare una passeggiata in mezzo alla piana e attraversiamo uno strano aquitrinio salmastro. Ci svacchiamo su alcune rocce laviche dalle quali si domina la piana di Las Grutas e si vede bene tutta la salita all'Incahuasi. Siamo ammirati dal fatto che in cima a tale altissima montagna sono stati trovati dei reperti archeologici. Incahuasi vuol dire casa degli Incas, e Jonson ci aveva spiegato che addirittura esiste in Argentina la figura dell'archeologo d'alta quota. Per dormire ci fermiamo al posto della vialidad argentina (gli omini delle scavatrici che tengono la strada in efficienza e spazzano la poca neve che cade d'inverno). Per 2.5 euro a testa ci danno un letto (con materasso!!!) una doccia calda (!!!) e un litro di benzina per il fornello. Ben altro valore ha pero' la serata con loro: un'improbabile squadra capitanata dall'affabile Ricardo che lungamente discute con S. Nel frattempo un camionista ciccione e allegro guarda film porno su una televisione satellitare. Gli altri discutono amentamente e bevono la bevanda nazionale, il mate, che va bevuto da un'apposita tazza con cannuccia di metallo che viene passata in giro. E' un po' difficile concentrarsi su una conversazione in lingua straniera in mezzo a mugolii e gemiti, ma (per fortuna) presto l'audio della TV viene spento per far posto ad una scassatissima autoradio alimentata a batterie che diffonde un'allegra musica popolare cantata dal figlio di Ricardo (come lui stesso proclama orgogliosamente). Ben presto la squadra al completo canta allegramente e il camionista pornomame si lancia in improbabili e incredibilmente agili piroette tenendosi la pancia con una mano. Elvis the pelvis non era nessuno al confronto! Ricardo si unisce anche lui alla danza in mezzo all'ilarita' generale! E' gente semplice, ma sicuramente si sanno divertire e godere della vita! A meta' cena arrivano i doganieri. Sono preoccupati per il nostro programma aggiornato di scalare il Cerro di S. Francisco. Durante il pomeriggio gia' ci avevano fatto un sacco di storie e ci avevano fatto firmare un buffissimo e burocraticissimo scarico di responsabilita' in presenza di uno stizzito testimone. Ora sono preoccupati che, se ci succede qualcosa, loro non lo possono venire a sapere. Ci viene il sospetto che cerchino goffamente di intascare una mazzetta, ma concludiamo che invece sono seriamente preoccupati di dover improvvisare un soccorso alpino con la loro decisamente inadeguata attrezzatura: con le loro improbabili divise (cappotti stile Eskimo) non ci si puo' certo avventurare su una montagna da 6000 m! Non posseggono neanche un mezzo motorizzato. Dopo un lungo mercanteggiare, un gentilissimo signore della vialidad si offre di venire a controllare con il camion se stiamo bene. Evviva! Il gendarme e' convinto e ci lascia proseguire! La serata procede con allegria e Ricardo e' ormai completamente ubriaco. In onore a noi, si cerca RAI international, dove mostrano i festeggiamenti a Piazza del Popolo per la vittoria calcistica. L e S sono devastati e sprofondano presto nei sacchi a pelo. Evviva i materassi! Il giorno dopo tutti ronfano allegramente fino a tardi (non si ammazzano certo di lavoro qui, ma Ricardo ci aveva spiegato che per loro non ci sono ne' riposi ne' ferie, quindi e' comprensibile). Quando la squadra si sveglia finalmente, L e S sono pronti a partire. Ricardo tenta inutilmente di comunicare con una modernissima radio HF (il principale mezzo di comunicazione qui). Si parte verso il passo di S. Francisco (l'acme della nostra traversata in bici: quasi 4800m), ma dopo pochi Km L e' gia' fermo: ruota a terra. La giornata e' (inizialmente) molto piacevole e abbiamo solo 21 km fino al passo. Arriva il fuoristrada di un amico di Jonson: ci scatta foto e fa il tifo assieme a tutta la famiglia. Esce anche una allegra signora con pelliccia e dentiera che orgogliosamente vanta le sue ascendenze italiane (Udine). Non mi sfugge l'ironia di una conversazione mondana vestito da alpinismo, pedalando verso un passo da 4800m. Ben presto si alza un vento ancora piu' mostruoso di ogni possibile immaginazione. Siamo piegati in due a spingere le bici con tutte le nostre forze ed e' utilissimo mettersi in scia uno dietro l'altro anche se siamo a piedi: chi sta dietro fatica un decimo! A percorrere gli ultimi 10Km sembra di spingere una portaerei con una mano a piedi scalzi su un tappeto di vetri. Le rarissime macchine che passano ci guardano impietosite. Arriviamo al rifugio completamente basiti e la marcissima polenta sembra un piatto divino stasera! Dopo un po' ci riprendiamo. L si veste come un astronauta (scarponi calzamaglia-capilene pantaloni d'alta montagna sottotuta pile piumino goretex guanti da cascata berretto) e va in cerca di acqua. Lo spettacolare paesaggio e' ora lunare e l'ambiente e' ostile per il vento fortissimo. Scopro quali sono state le sensazioni degli astronauti che si avventuravano fuori dal LEM sulla superficie lunare e balzavano verso l'ignoto. E quali erano le sensazioni di sollievo quando si dirigevano nuovamente a "casa" nella precaria sicurezza offerta dal LEM. E' vero che qui si respira senza bisogno di tute spaziali, ma i movimenti impacciati dai molti strati di vestiario, l'incedere faticoso nel terrore ventoso e la sensazione di ambiente ostile mi fanno sentire su un altro corpo celeste! La sensazione di rientrare nello spartanissimo rifugetto e' di una incredibile accoglienza. Si noti che, molto appropriatamente, siamo in un certo senso fuori dal mondo: siamo gia' usciti dall'Argentina (a Las Grutas), ma non siamo ancora entrati in Cile. Rimarranno 4 giorni di buco (documentati dalle date sul passaporto) dove non sono stato in alcun luogo sulla terra! La notte scorre via tranquilla anche a 4800 m per L che si e' portato i tappi per le orecchie e puo' lasciare fuori dalla sua testa il fortissimo soffio del vento. Un po' meno per S che non chiude occhio. Certo che la scomodita' del luogo (e la quota?) scatenano delle improbabilissime fantasie oniriche. Il giorno dopo (12 luglio) si parte per la punta: e' una vetta a 6000m, ma noi ormai siamo molto ben acclimatati. Il cerro S. Francisco ricorda molto le piramidi azteche e, se non ci fossero delle rade chiazze di neve, potremmo benissimo essere sulla luna: il terreno e' vulcanico con enormi pezzi di ossidiana. S risente della notte in bianco, L va su sorprendentemente liscio, controllando la quota sul suo fedelissimo GPS: 5000, 5500, 5700, 5900, 6000! La vetta e' 6045! Purtroppo anche oggi il tempo ci castiga e c'e' talmente tanto vento in punta che ce la godiamo poco. Il panorama e' pero' spettacolare e si vede la fantastica laguna verde in lontananza (dove passeremo nei giorni successivi) e l'imponente Incahuasi. Il vivido azzurro della laguna contrasta nettamente con i fantastici colori pastello delle montagne e fa da contraltare ad un cielo blu-issimo. Stranamente la sensazione di essere in alta quota e' minore che sulla vetta del Monte Bianco (1200 m piu' basso!): qui e' meno evidente nell'atmosfera la transizione all'alta quota, anche se il fiato negli ultimi 100 metri di dislivello viene proprio meno! S ha un attimo di commozione (per il traguardo raggiunto?), mentre L che stolidamente non ha messo il piumino sotto il goretex sta lentamente congelando: giusto il tempo per la foto di rito con la mitica bandiera e poi giu'! La discesa e' molto molto piu' tranquilla e in breve siamo al rifugio dove una terrificante minestrina Knorr ci sembra ambrosia! Verso le 6 arriva il camion della vialidad come promesso. C'e' anche il piu' giovane dei gendarmi e pure Ricardo con un graditissimo regalo di 4 litri d'acqua! Stasera non saremo obbligati a sciogliere la neve per ottenerne... Il gendarme si raccomanda piu' volte di lasciare detto ad una eventuale macchina di passaggio quali siano i nostri piani. Sembra veramente che ci abbiano preso in simpatia. Il giorno dopo c'e' un gelidissimo venticello artico a una temperatura da condensazione di Bose-Einstein (per fortuna il vento ha un po' mollato), ma S passa il colle vestito solo della bandiera, come promesso alla TV. Si parte per una tranquillissima tappa (L la rende un po' piu' interessante bucando e spingendo la bici per gli ultimi 2 Km). In breve siamo alla spettacolare laguna verde: un enorme lago salato con sorgenti termali a 4200m di quota. Il posto e' bellissimo e per fortuna non c'e' quasi vento. Il rifugio (una stazione dei carabineros senza carabineros) e' bellissimo! C'e' perfino una stufa che S si affretta ad accendere aiutandosi con maledizioni e imprecazioni: sembra che alla stufa piacciono e in breve si diffonde un gradevolissimo tepore che non intacca minimamente l'enorme barile di acqua di scorta del rifugio che e' un solidissimo blocco di ghiaccio. C'e' perfino una collezione di libri (da citare "Los dos colossos" un'enciclopedia anni 60 su USA-URSS) e vari manuali per le comunicazioni radio (compreso uno marcato "secreto"). Dal muro occhieggiano il presidente del Cile e un carabiniere 'eroe nazionale'. Approfittiamo della caldo sole e della quasi assenza di vento per svaccarci e per far prendere aria ai nostri puzzolentissimi vestiti e sacchi a pelo. L ripara la bici (ma non si accorge della spina che rimane nel copertone e che totalizzera', da sola, ben tre forature!) S tenta di lavare un paio di mutande. L'acqua, pero', e' troppo salata e le mutande acquistano la consistenza di cartone da imballaggio. Quando la bici e' pronta, L la collauda andando a vedere le sorgenti termali. Ci sono dei buchi per terra a forma di rozze vasche da bagno piene di stranissime alghe. L'acqua e' calda e la voglia di farsi un bagno caldo e' fortissima, ma il gelido venticello e il microscopico asciugamano che abbiamo potuto portarci scoraggiano il tentativo: ci si congelerebbe uscendo! Quella sera ceniamo con una marcissima pasta all'olio+scatola di carne mangiate al fantastico tepore della stufa, "e quindi uscimmo a riveder le stelle". Finalmente, infatti, il GPS comunica che la luna sorgera' tardi oggi. Lo spettacolo e' mozzafiato: la via lattea splende talmente forte che e' possibile vedere delle chiazze nere dai contorni molto ben definiti (nebulose?) Le costellazioni sono misteriosissime e alcune stelle brillano fortissimo. L pensa a Lu (come sarebbe bello se fosse qui!) e ai viaggi interstellari. Le stelle a 4200m di quota sono talmente luminose che gli viene da piroettare per vedersele ruotare intorno! Il giorno dopo sara' la giornata piu' spettacolare del giro: in un'unica tappa attraversiamo paesaggi che sembrano provenire da ogni angolo del pianeta, anzi del sistema solare e oltre! Dalla laguna a 4200m, si passa alle pendici dell'Ojos del Salado (che avevamo visto giorni prima dal versante opposto) in un panorama di colline arancioni. Qui sembra di essere su Marte e solo la rada neve ci ricorda che siamo sulla "cara vecchia terra". Poi si attraversa un meraviglioso altopiano (con saliscendi spezzafiatogambe) a 4600m di quota: Qui sembra di essere in Antartide. C'e' una sterminata piana innevata quasi con continuita' che lentamente sale su lontanissime colline e dolci montagne. L vorrebbe fermarsi, ma la paura che riinizi il vento e ci blocchi li' ci fa continuare a malincuore. Ci fermiamo piu' avanti a mangiare gli ormai indigesti fichi secchi in una piana vulcanica costellata di strane rocce. Una sembra un enorme uovo di dinosauro posato a meta' pendio. L raccoglie qualche stranissimo sasso colorato. Qui sembra di essere sulla luna o in una antica pianura del Cenozoico. Quando finalmente si inizia a scendere, troviamo il panorama piu' bello mai visto! Un torrente ha scavato un canyon nelle brullissime e rocciose colline marziane e, dove corre l'acqua (ma solo li'), c'e' una stranissima vegetazione giallo-verde che sembra un morbido cuscino costellato di animali. Tutto il resto e' arancionissima roccia e bluissimo cielo. Sembra che la montagna abbia rigurgitato uno strano prato vivo e morbido. Il contrasto di colori e la nettezza dei contorni rendono il panorama di una bellezza incredibile e al tempo stesso di una bruttezza che colpisce allo stomaco. Un simile panorama e' del tutto alieno: sicuramente non ce n'e' di uguali in tutto il sistema solare. Qui immaginiamo nuovamente di essere a Tatooine, ma in Star Wars non c'e' nulla di simile: nessuno scenografo potrebbe immaginarsi uno spettacolo simile neanche nei suoi peggiori incubi. L incerimoniosamente deve correre dietro un dosso: i fichi uniti al freddo della discesa (o lo spettacolare panorama?) hanno avuto un effetto indesiderato! Ai piedi della discesa, il torrente si perde in una enorme (enormissima) piana circondata da altissime montagne colorate con colori pastello a strisce e orlate di neve. Anche questo panorama e' spettacolare e qui sembra di essere negli altipiani della Mongolia! Alla base della discesa la strada taglia dritto nella piana e si perde all'orizzonte: un rettilineo da quasi 30 km al termine del quale c'e' Maricunga, la frontiera Cilena (ennesima cattedrale nel deserto). Maricunga si trova ai bordi di una enorme salina naturale (salar) che ricorda un pochino le saline di Trapani! Che giornata spettacolare! L arriva completamente disidratato (il chilometraggio che avevamo trovato su internet era errato di parecchio oggi e non avevamo sufficiente acqua!), ma il doganiere e' gentilissimo. Non solo ci da' un sacco di acqua e ci lascia dormire nell'edificio della dogana, ma non ci sequestra neanche le nostre scorte di frutta secca (che sarebbe vietatissimo portare in Cile). Gli dobbiamo promettere, pero', che mangeremo tutto prima di arrivare a Copiapo'. Ci vorremmo fermare un giorno intero li' a riposare e a visitare il salar, ma il doganiere ci dice che domenica sara' brutto e non vogliamo rischiare di beccarci di nuovo il vento su quell'infinito pianoro. Come ci conferma egli stesso, quando soffia e' di una violenza inaudita. Decidiamo a malincuore di scendere il giorno dopo a Copiapo', anche se sappiamo che le previsioni meteo qui sono totalmente stocastiche e probabilmente inaccurate. Il giorno dopo c'e' la "discesa delle colline colorate". Ultimi 2 giorni (172Km) di attraversata delle Ande: c'e' ancora un passo da 4300m! Si parte costeggiando il salar e poi si inizia a salire. Al passo, S fa amicizia con un signore in fuoristrada che porta la famiglia (compresa un'antica e vispa nonnetta) a fare un picnic al salar. Possiede una cartina molto dettagliata che non pensavamo esistesse! L invece collassa e mangia uva passa e fichi secchi a manetta: nuova corsa con carta igienica di li' a poco!!! Ora inizia la lunghissima discesa (130 Km per andare da 4300 ai 400m di Copiapo'). Si snoda in mezzo a magnifiche colline multicolorate: sembra che qualcuno si sia divertito a colorarle con una intera scatola di pastelli a cera: tutte le possibili sfumature di colore sono contemplate. Deve essere il paradiso per un geologo e c'e' anche un'enorme miniera d'oro, che in mezzo al deserto a 100 km da qualunque posto ricorda molto la Bartertown di "Mad Max". Proseguiamo un'altra 30ina di Km e poi ci fermiamo a bivaccare in una fantastica valle desertica orientata est-ovest (buona per il sole alla mattina e alla sera). Seguendo una pista da fuoristrada ci allontaniamo un bel po' dalla strada, anche se e' faticoso pedalare nella sabbia, ma il posto lo merita. Per cena c'e' una fantastica tripla minestrina Knorr (il fatto di apprezzare tale schifezza ci fa realizzare il nostro reale stato di abbruttimento). Subito a letto nei sacchi a pelo stesi su un telo sulla sabbia del deserto: stasera si dorme sul morbido! Siamo ignari del fatto che, passando in Cile abbiamo guadagnato un'ora di fuso, ma dal tepore dei caldi sacchi ci godiamo tutte le fasi del tramonto e l'accensione delle stelle una per una, fino ad ottenere l'ennesima stellata mozzafiato. Ci sono anche molti satelliti e molte stelle cadenti. L alterna un desiderio a Lu (che si ammorbidisca un pochino) e uno rivolto alla torta al cioccolato di moster: che fame! La via lattea e' strepitosa anche stasera, ma il cielo del sud e' misterioso: riusciamo a riconoscere a malapena la croce del sud, osservando che la via lattea ruota attorno a quattro stelle disposte come ai vertici di un aquilone. La mattina si parte presto e si ritorna a scendere tra le colline multicolore. S corre avanti, L se la prende piu' comoda e cerca pepite d'oro, ma trova solo bellissimi sassi colorati: un fantastico tesoro. Non a caso il Cile e' uno dei due posti al mondo dove si trovano i lapislazuli. Copiapo' e' una citta' piuttosto grande che inizia con una periferia molto degradata: bidonville e tende multicolori che ospitano famiglie numerose e gli immancabili perri randagi. Ci fermiamo nella piazza principale, ma e' domenica e non abbiamo soldi cileni. Ci tocca comperare qualcosa al supermercato con la Visa di L. Un perro ci guarda fisso per tutto il pranzo (una fantasticissima "empanada de pino"), ma rimarra' a bocca asciutta. Passa una processione della Madonna capitanata da un soldato che dirige la banda a spada sguainata. L'enorme statua della Madonna e' portata a braccia da rudi indios e seguita da dignitose nonnette e giovani. Il residential Rocio e' carino con un bel patio all'aperto per le bici, ma i bagni sono in comune e, come direbbe Lu, non bisogna guardare negli interstizi. Qui rimaniamo un paio di giorni a riposarci e a decidere cosa fare.
FINE DELLA TRAVERSATA.

Su consiglio della signora dell'ufficio turistico, decidiamo per una visita al mare. Quella emeritissima testa di legno omette pero' di spiegarci che in inverno il tempo al mare e' sempre, costantemente nuvoloso, nebbioso e triste per un gioco di correnti d'aria e correnti marine. Inoltre ci assicura che fino al mare c'e' una pista ciclabile, ma ci tocca pedalare per 70 km sulla terrificante Panamericana, l'UNICA strada che attraversa il Cile da Nord a Sud in quella zona. Nel caso di un incidente serio il paese veramente e' separato in due: solo un fuoristrada puo' passare per le poche alternative, le inospitali piste in mezzo al deserto. Arriviamo a Caldera, che ci e' stata dipinta come la "Rimini" locale, ma ha l'unica attrattiva di essere alla stessa latitudine dell'isola di Pasqua qui di fronte, come testimoniato dalla statua di un Moai in granito nella piazza principale. Ancora non sappiamo che il tempo sara' sempre brutto e che le strade sono quasi impraticabili e ci inoltriamo ignari lungo la costa. Per i primi giorni pedaliamo in monotonicissimi rettilinei in mezzo al deserto. L'oceano si vede (se si vede) solo a tratti in lontananza in mezzo alla nebbia. Dormiamo un paio di giorni all'addiaccio, ma l'umidita' e' molto alta e ci svegliamo sempre "saunati". Non si capisce proprio perche' la zona sia un tale deserto cosparso di cactus!! La seconda notte, una volpe impavida cerca di portarci via la cena sotto il naso: deve decisamente avere fame, perche' si avvicina fino a pochi metri! Durante la notte riuscira' a fregarci la spazzatura e troveremo tutto sparso per il deserto e completamente leccato. L'unica tappa degna di nota e' il paesino di Puerto vejo, in una conca riparata dal vento sulla spiaggia. Coloratissime case vacanze si alternano a baracche. La spiaggia e' dominata dalla coloratissima, curatissima ed, evidentemente, veneratissima statua di San Pedro che, e' chiaro, e' il santo protettore dei pescatori. Sulla spiaggia sono ordinatamente disposte colorate barchette da pescatori gialle e arancioni. C'e' qualche scafo in vetroresina, ma sono ancora quasi tutti in legno. Un cartello del governo spiega che c'e' un programma per aiutare questo tipo di "pesca artigianale", fornendo a ciascuna famiglia di pescatori un motore marino per le barche. Alcuni pescatori si affaccendano intorno a un paio di barche sulla battigia: la loro attrezzatura e' decisamente "artigianale" e non hanno strumenti di navigazione a bordo, ne' tantomeno radio. Gia' tanto se lo scassatissimo motore funziona! Probabilmente rimangono sempre sottocosta: decisamente non sembrano imbarcazioni adatte ad affrontare un oceano!! I pescatori di una barca srotolano e controllano a mano metri e metri di rete sotto lo sguardo severo di un vecchietto del villaggio. Qui gli anziani devono ancora avere l'autorita' della saggezza! L'atmosfera ricorda moltissimo i racconti di Jorge Amado, anche se li' le barche vanno ancora a vela. Si riparte per la prossima tappa, ma rimaniamo piantati in mezzo al deserto quando la strada in costruzione finisce nel nulla. Le informazioni che otteniamo dalle rarissime persone che incontriamo sono tutte contraddittorie e impariamo a nostre spese che gli autoctoni non hanno la piu' pallida nozione delle distanze. Per fortuna c'e' una pista che, ci assicurano, porta alla prossima cittadina (Carrizal bajo) in appena "8 Km". Siamo quasi propensi a crederci stavolta, visto che ce lo dicono gli operai addetti ai rilevamenti per la strada in costruzione, ma un rapido consulto di GPS e cartina ci conferma che ancora una volta le indicazioni sono errate: di km ne mancano almeno 30!!! Per di piu' la pista peggiora a vista d'occhio e finiamo per spingere la bici nella sabbia: impossibile pedalare. Come per volonta' divina appare dal nulla un SUV di surfisti che ci offre un'arancia a testa. Dopo ore in mezzo al nulla, ma ormai vicini alla meta, incontriamo gli unici altri due turisti incontrati in tutto il giro: due strani cicloturisti che spuntano dalla pista in lontananza. L'incontro e' talmente improbabile e le loro figure sono talmente distorte dalla caligine del deserto che L inizialmente si chiede se per caso non si tratti di extraterrestri stile "incontri ravvicinati"! Si rivelano essere due ispanici che sembrano don Chisciotte e Sancho Panza alla ricerca dei mulini a vento... Chissa' che impressione gli abbiamo fatto noi, emergendo sozzi e sconvolti dal deserto piu' impervio! Nel paesino ripetiamo la scena di Aimogasta: ci avventiamo nel negozietto e gli vuotiamo la dispensa prima ancora di pagare. Non abbiamo proprio voglia di cercare un posto per la tenda e sono quasi finiti i soldi cileni. S chiede al prete di poter dormire sul patio di fronte alla sagrestia o in chiesa, ma il prete gentilissimo (dopo avergli fatto vedere tutta la sua collezione di foto naturalistiche) si propone di chiedere al "professor" se possiamo dormire nella scuola. Fantastico! L intanto e' rimasto nel parco giochi a badare alle bici, cercando di riprendersi dallo sconvolgimento. I bimbi arrivano a frotte incuranti del fatto che a poco a poco si fa buio pesto. Ci spieghera' poi il maestro Jose' che c'e' luce solo per un paio d'ore al giorno (dalle 20 alle 22) perche' il consorzio dei cittadini che si occupa della benzina per il generatore non ha abbastanza soldi per il resto del giorno. I bimbi interrogano seri L con tutta una serie di curiosissime domande. Purtroppo L riesce ad intendere ben poco e le loro curiosita' rimangono largamente inappagate, peccato! Quando ormai L e' convinto che S sia morto, ecco che spunta in compagnia del simpatico prete barbuto e ci dirigiamo verso la scuola. Il professor Jose' e' simpaticissimo e disponibilissimo. Con l'aiuto dei suoi bimbi, subito ci fa spazio spostando i banchi e, addirittura fa un salto in palestra a prendere i materassi da ginnastica che ci offre orgoglioso. Fantastico! Stasera si dorme sul morbido. I bimbi sono molto affascinati dalla nostra attrezzatura, soprattutto dalle lampadine a led bianche sbrilluccicanti e dal fornello a benzina sul quale improvvisiamo la tradizionale pastaccia. Il maestro Jose' ci tiene compagnia per la cena, mentre una signora gentilissima (la bidella?) cucina nella stanza a fianco e ci rimpinza di deliziose focaccette calde appena cucinate da lei! Jose' ci spiega che e' qui da 20 anni a fare il maestro (da quando si e' laureato). Ha una classe di una 30ina di bimbi sotto i 10 anni su una popolazione totale di 160 persone stanziali. Ad un certo punto viene reclamato dai suoi bimbi. Ora c'e' l'elettricita' ed e' l'unico momento della giornata in cui funziona l'ordinador (il computer) della scuola che lui si pregia di insegnare ai suoi bimbi. Siamo stupiti da tale entusiasmo dei bimbi, visto che ci aveva spiegato che in questo periodo le scuole sono chiuse per le vacanze. Evidentemente la scuola e il maestro sono un punto di riferimento anche durante le vacanze! Finalmente si dorme bene. La mattina dopo non si trova ne' il maestro ne' il prete. Che sia troppo presto? Lasciamo due biglietti di ringraziamento per queste ospitalissime persone e visitiamo la chiesa. Ricorda un pochino la chiesetta di legno di Nantucket, altro paese di pescatori: una grande navata di legno dipinta di verde pastello. La statua della madonna e di S. Pedro sono oggetto di evidente venerazione. Naturalmente la statua di S. Pedro che conta e' quella che veglia sul piccolo porto, come in tutti gli altri paesini di mare di questa zona. La spiaggia e' fatta di nerissimi sassi vulcanici. Un gruppetto di pescatori discute in una capanna sulla spiaggia, pulendo i pesci e gettando gli scarti ad un folto gruppetto di avvoltoi e gabbiani che fanno festa sul molo. Le barche sono identiche a Puerto viejo: solide imbarcazioni a due punte di legno verniciate di giallo e arancione. La pedalata di oggi vale finalmente la pena. La strada costeggia l'oceano passando per splendide spiagge di finissima sabbia bianca. Se ci fosse il sole sarebbe fantastico e ci fermeremmo qui per il resto dei nostri giorni!! Le onde qui sono veramente spettacolari, anche se il mare non e' affatto mosso. Infatti incontriamo varie comunita' di surfisti che bivaccano sulle magnifiche spiagge. Appena fuori del paese inizia una riserva naturale che con il bel tempo deve essere magnifica. S e' veramente stufo del brutto tempo e corre via a testa bassa. Un problema al ginocchio gli fa chiedere un passaggio ad un pick-up e guadagna qualche km. L indugia un pochino di piu' e si ferma a guardare le onde. Che spettacolo! Si rimarrebbe li' delle ore! Man mano che ci si riavvicina alla civilta' (la citta' di Huasco), aumenta la spazzatura e le casette di villeggiatura. A Huasco L visita il porticciolo: sta arrivando una delle famose barchette di pescatori artigianali: sono in tre sulla barca e hanno pescato una teoria di pescioni enormi e luccicanti. Sembrano molto contenti della giornata mentre scaricano il frutto del loro lavoro. Sotto il porticciolo si intravedono stelle marine e ricci di mare: evidentemente il mare e' molto pulito. I gabbiani imperversano, ma non abbiamo visto le balene, i delfini o i pinguini. Non abbiamo visto neanche una foca. Che strano, nell'altro emisfero il pacifico ne e' pieno! Si va a Vallenar 50Km all'interno (che S si ostina a pronunciare Baggenar). Arriviamo tardi e stanchissimi, finendo a dormire nel famigeratissimo residential settembre 18 dove le coperte puzzano di muffa e i bagni sono costellati dalla cacca di piccione, ma almeno la doccia e' calda. Il giorno dopo cambieremo decisamente tono spostandoci al residential Oriental, dove c'e' pure un bell'orto dove stendere i panni, con un nonnetto cieco che cura con orgoglio le sue piante e le sue maledettissime galline che cantano a tutte le ore del giorno e della notte. Decidiamo di proseguire il giro tornando in montagna verso la lontana laguna colorada, alla ricerca del bel tempo. L, come ormai e' tradizione, inaugura la tappa con un guasto: catena tranciata. Si prosegue costeggiando un impressionante lago artificiale. Il giorno successivo arriviamo a Junta de Valeriano, il posto piu' sperduto mai visto, dopo aver attraversato una lunghissima valle agricola. La strada e' ormai ridotta ad una pista da fuoristrada, dove e' piu' consigliabile passare nei guadi che sui traballanti ponti. Anche qui suscitiamo l'ammirazione dei bimbi che osservano incuriositi la nostra attrezzatura e ci guardano preparare la cena. Il giorno dopo decidiamo di rinunciare alla laguna: e' ancora lontana una 30ina di Km e probabilmente non si riesce ad arrivare in bici. Ci fermiamo in "paese" a riposare. L ne approfitta per salire in cima ad una vicina montagna. Purtroppo il vento non ci da' tregua, anche se non e' neanche lontanamente paragonabile all'incubo che avevamo trovato a 4000m (2000 piu' in alto della quota locale). Lo spettacolo e' anche qui mozzafiato. La desolazione e' totale, le montagne coloratissime e a fondo valle il torrente sostiene le poche piante di colore verdognolo di tutta la zona. Lo sguardo si perde in un orizzonte di montagne infinite con un paio picchi innevati altissimi a fare da sfondo. In alto volteggiano 2 aquile (o saranno i famosi pinguini Humbolt?). Dopo una pausa sulla vetta, indeciso se continuare lungo l'infinita cresta o tornare alla base, lo stanco L rientra. Il giorno dopo finalmente il vento molla del tutto e la giornata e' spettacolare. Purtroppo e' ora di smontare il campo e iniziare il lunghissimo viaggio di rientro che si concludera' in Italia solo dopo vari giorni. Inizialmente avevamo deciso di arrivare al primo paesino dove l'autobus giungesse in tempo utile, ma la pedalata e' oggi talmente piacevole che continuiamo giu' per la valle per piu' di 80km fino al capoluogo, Alto del Carmen. Oggi, con il sole, la vallata assume tutto un'altro aspetto! Al capoluogo, ci svacchiamo sulle tradizionali panchine del parco aspettando il bus: il giro e' ufficialmente finito, e il contachilometri e' fermo a 1354km (supereremo i 1400 girando per Santiago). Il bus e' un rudere e le bici vanno caricate sul tetto! Ci sono addirittura 2 bigliettai oltre all'autista e discutono animatamente ascoltando la radio a tutto volume e si divertono a strombazzare davanti alle case dei contadini (o delle contadine?) Il giorno dopo, il viaggio in bus fino a Santiago e' tutta un'altra cosa. Non abbiamo prenotato e ci dovremo "accontentare" di viaggiare in un bus a 5 stelle. Inizialmente si pensa alla solita truzzata latino-americana, ma ci dobbiamo ricredere in fretta. E' un bus lussuosissimo con poltrone enormi e comodissime che diventano dei letti, servizio film (superman II), musica e anche colazione e pranzo serviti da un bigliettaio-cameriere in divisa. Il panorama e' magnifico, visto che troviamo una rara (come ci spiega il bigliettaio) giornata di bel tempo sull'oceano. La strada (la panamericana, che per ancora 200-300km e' l'unica strada asfaltata della zona) si snoda tra fantastiche calette cosparse di spiagge alternate a magnifiche scogliere a picco. Man mano che si scende a sud, il panorama si fa gradualmente sempre piu' verde e i boschetti di cactus lasciano il posto a boschi veri. Nonostante ci si consumi lo sguardo ad osservare l'azzurrissimo oceano, non si vede neanche una balena o delfino. A Santiago scarichiamo le bici e il traffico ci massacra (gli argentini al volante sono pazzi), ma arriviamo al magnifico ostello "casa Roja", pieno di ragazzi americani di buona famiglia. Ormai abbiamo talmente abbassato i nostri standard, che ci sembra di essere sbarcati al grand hotel! Ci si sta molto bene e per la prima notte abbiamo addirittura una stanza doppia con parquet e soffitti alti, e cortile dove lasciare le bici. Il giorno dopo si visita la citta', che ci lascia piuttosto delusi: non c'e' molto da vedere. Iniziamo con il cambio della guardia al palazzo del governo. E' quello che era stato cannoneggiato dai colonnelli di Pinochet finche' Salvador Allende non si era suicidato (o era stato suicidato a seconda delle versioni). Numerosi soldatini marciano impettiti agli ordini di una giovane tenente donna che cerca di farsi venire il vocione grosso per gridare i secchi ordini necessari. Arriva anche la banda guidata da un ufficiale baffone che volteggia agilmente il bastone da majorette. La scena e' talmente ridicola che non riusciamo a trattenere sonore risate. Mi chiedo come facciano quei distinti signori vestiti da soldati a rimanere seri fornendo un tale spettacolo da circo! Evidentemente i militari hanno il cervello lavato bene a fondo.. Un ubriaco butta un paio di bottiglie ed e' prontamente arrestato da poliziotti arrivati in forze. Il cambio della guardia pare sia l'unica (o quasi) attrattiva turistica. Apprezziamo molto il Cerro S. Lucia, che e' uno scoglio in mezzo alla citta' che e' stato addobbato con magnifiche piante ornamentali del sudamerica e riempito di scalette, chiesette e finti castelli. Trasciniamo le bici fino in cima per la foto, sotto gli sguardi divertiti degli altri frequentatori del parco. Davanti alla cattedrale veniamo abbordati da un simpatico vecchietto tedesco-cileno che ci ha sentito parlare in italiano. E' chiaro che vuole chiacchierare un po' per rinfrescare il suo ottimo italiano e noi gli diamo volentieri corda chiedendogli del lungo periodo (20 anni) di dittatura. Lui ci offre una versione decisamente destrorsa dicendo che prima della dittatura non funzionava niente e il governo comunista di Allende (pare sia stato il primo governo dove il comunismo e' stato eletto e non imposto) non faceva niente per uscire dalla crisi. Si era arrivati al razionamento del cibo e le persone (compreso lui stesso, anche se non aveva votato per Allende) scioperavano tutti i giorni. Dopo il golpe i militari invece si sono dati da fare a rendere il paese efficiente vietando scioperi e assembramenti. E' rimasto il coprifuoco per 20 anni! Naturalmente non ha potuto fare finta di niente riguardo al problema dei desaparecidos, ma lo ha minimizzato dicendo che solo (!) 4000 famiglie hanno avuto problemi del genere, mentre in Argentina molte di piu'! Non si spinge fino ad inneggiare al fascismo, ma si accomiata dicendo che il golpe, secondo la loro costituzione, era perfettamente legale. Come possa essere legale il cannoneggiamento del palazzo del proprio governo rimane un mistero... Comunque, sicuramente e' stato interessante sentire la voce di una persona che ha vissuto questi eventi in prima persona. L'unico altro luogo degno di nota a Santiago (anzi, vale decisamente la visita!) e' la casa di Pablo Neruda. La casa si chiama Chascona (cioe' scapigliata), dal soprannome della sua amante (poi diventata terza moglie) per la quale l'aveva fatta costruire. L arriva per la visita presto la mattina dell'ultimo giorno e la guida in inglese non c'e' ancora. Allora viene portato in giro dal simpaticissimo Jorge, che confessa di essere il figlio della curatrice della casa-museo. Si vede proprio che ha una venerazione per Pablo Neruda e fornisce una versione del golpe dalla prospettiva comunista ben diversa da quella del vecchietto del giorno prima. E' una persona molto colta e ha studiato presso i "gringos" (gli odiatissimi statunitensi), ma solo perche' loro "hanno i migliori professori", come subito ci tiene a precisare. I militari, subito dopo il golpe, invasero la casa (Neruda era comunista) e la devastarono completamente con una gratuita' becera (ad esempio buttarono vari quadri di Picasso, amico di Neruda, nel canale). Jorge a piu' riprese ringrazia il governo italiano grazie al cui contributo la casa e' stata completamente restaurata. L a sua volta si congratula con lui per l'ottimo lavoro. Non solo la casa e' perfetta, ma anche l'arredamento e perfino la cristalleria e' stata rimessa a posto. Dell'Italia Jorge ringrazia anche l'ottimo film "il postino", che ha contribuito (secondo lui) non poco alla fama di Neruda. La casa e' costruita per assomigliare ad una nave, con oblo', scalette e soffitti bassi. Neruda era, infatti, ossessionato dall'oceano. La sala da pranzo sembra la sala mensa di una nave, con bassi banchetti lungo le pareti e lunghi scaffali per gli oggetti. Il pavimento e' in salita per simulare la prua della nave. Fuori dalla finestra in origine c'era un canale di acqua corrente che doveva dare idea della navigazione. Purtroppo sulla collina c'e' lo zoo e l'acqua e' ora contaminata e non si puo' piu' usare per il canale. C'e' perfino una stanza segreta. La casa e' pienissima di oggetti di tutti i tipi, molti dei quali raffinatissimi. C'e' una statuetta indiana regalata da Gandhi, una tegola decorata regalata da Mao, alcune belle statue di legno originale regalate dagli abitanti dell'isola di Pasqua (dove gli alberi sono ora estinti), e addirittura una contestata medaglia regalata da Stalin. L'elemento comune dell'arredamento in tutta la casa sono gli oggetti di un designer italiano, tale Fornasetti, dal design decisamente riconoscibile e molto anni 60. Jorge mi confessa orgoglioso che il giorno prima e' passato il "direttore del museo di Firenze" (pare si tratti della galleria Uffizi), che e' venuto a Santiago appositamente per visitare le case di Neruda e ha commentato che Neruda aveva un ottimo gusto nella scelta degli oggetti, ma non era proprio capace di preservarli bene e si e' offerto di restaurare (gratuitamente) alcune delle opere d'arte. Da una vetrina occhieggia il medaglione del premio Nobel. Non e' invece possibile vedere la preziosissima enciclopedia (una rara prima edizione della prima enciclopedia mai stampata dai filosofi illuministi), che e' stata acquistata con i soldi del Nobel. Jorge orgogliosamente afferma che Neruda e' stato il primo e unico poeta che si e' arricchito con il suo lavoro e si e' anche goduto i suoi soldi! Sicuramente era un gran donnaiolo. Quando gli dico che conosco Neruda tramite Lu (che lo ama molto), Jorge vuole a tutti i costi farla ingelosire. Quindi mi fotografa (sarebbe vietato!) seduto alla scrivania di Neruda, mi fa toccare il suo fazzoletto e la sua cravatta (acquistata a Roma in via Condotti) che egli tratta con la devozione di preziosissime reliquie di qualche santo, e, infine, mi fa un regalo speciale per Lu, che L promette di consegnarle. Il giro si conclude con la biblioteca: un finestrone con comoda poltrona domina la citta' dall'alto. I libri di Neruda sono in una stanza con controllo ambientale, quindi qui si tengono i libri che gli ospiti illustri si divertono a regalare. Ci sono anche i libri di Isabel Allende, una delle scrittrici preferite di L, tutti con dedica autografa. Jorge si fa fotografare assieme a L nel bellissimo giardino e si fa promettere che gli spedira' la foto. E' proprio innamorato dell'Italia. E' ora di correre a recuperare S, rimasto al Cerro S. Lucia, per dirigersi all'aereoporto. Decidiamo malauguratamente di andare all'aereoporto in bici, tenendo in mano i cartoni per imballarle che abbiamo acquistato da un ciclista. Ben presto siamo persi completamente e teniamo la direzione solo grazie al GPS di L, dove egli ha provveduto a inserire le coordinate dell'aereoporto prese da internet. Per fortuna alla fine un gentilissimo signore, che faceva una passeggiata in bici con il figlio sulla canna, decide di accompagnarci e si infila deciso in autostrada pedalando nella corsia di emergenza! E' l'unico modo di arrivare all'aereoporto. Con l'ennesima dimostrazione di ospitalita' e cortesia, termina cosi' la nostra vacanza sudamericana!